martedì 27 gennaio 2009

Giorno della memoria: sono andato a Mauthausen

Io sono andato a Mauthausen. Ci sono andato due volte. La prima volta nel 2003, la seconda nel 2006. Tre soli anni di differenza, ma un abisso in termini di cambiamento.
Mauthausen è un pezzo di campagna austriaca dove l'orrore e il razzismo nazista trovò sfogo nel campo di concentramento che prese il nome dal luogo stesso.
Ma perché parlo di cambiamento? Cos'è cambiato a Mauthausen, oggi, rispetto a qualche anno fa?
IL PRIMO VIAGGIO:
Prima di arrivare al campo, nessun cartello ben visibile dalla strada nazionale, se non una piccola insegna bianca. Facile perdere la strada. Forse un segno della vergogna degli austriaci. Scorto il piccolo cartello, si entra per la stretta via che conduce alle campagne, ancora ridenti quando c'è il sole, con i cervi che brucano l'erba. Dopo qualche chilometro si arriva al campo di sterminio.
L'ingresso non ha più l'aquila imperiale in cima, ma l'aspetto è comunque lugubre, le due torri di guardia a lato del grande portone, sono immutate sentinelle severe e opprimenti. Mi aprono il portone e la mia telecamera comincia a registrare immagini di morte. Due file lunghissime di baracche di legno si estendono verso l'orizzonte, una fila a destra, una a sinistra e, in mezzo ad esse, il viale centrale. Procedo e mi avvicino alla prima baracca di sinistra, tocco quel legno e mi accorgo che quel poco spessore non avrebbe mai potuto riparare dal freddo, neanche se i nazisti avessero messo stufe a legna potentissime. Entro nella baracca, ci sono, ricostruiti, alcuni letti e armadietti. Non sono certamente dei letti, ma cassoni per macerie e gli armadietti sono stretti e alti, buoni solo per metterci dentro la scodella di alluminio e due scope. Visito le altre baracche, ce n'è una deputata alla toilette collettiva, con un grande lavabo in cemento, circolare.
Fuori, a destra del viale, scorgo il lugubre comignolo e sotto di esso un groviglio di stanze, tra le quali la camera a gas con i tubi ancora visibili. Rimango sottoterra e procedo nel percorso che mi conduce ai forni crematori, proprio quelli nella foto. Mio Dio! Un tuffo al cuore! Si trovano in una stanza di medio-grandi dimensioni, ma i due forni occupano quasi tutto lo spazio e le pareti sono tappezzate con i ritratti di molti defunti, cremati in quei forni. E' una tomba. Sembra di vedere in faccia la morte. Non so se provo più pena o rabbia o tristezza. Mi gira la testa, ma continuo a filmare. Alcuni visitatori hanno i miei stessi occhi, i miei stessi sentimenti. Nessuno di noi parla. C'è silenzio. Si sentono soltanto i nostri passi sul cemento. Rimango a osservare alcuni disegni appesi, sono immagini di quella morte, di quell'orrore vissuto dai bambini deportati. Rimango sgomento. Una ragazza italiana piange sommessamente, la testa china e le mani sulla pancia. Nell'uscire da quella stanza, mi accorgo che devo salire qualche gradino. E sì -mi dico- ero giù... all'inferno dei nazisti! Visito il museo con le vetrine piene di reperti che smuovono la rabbia e una profonda inquietudine.
Il campo possiede un'uscita opposta all'ingresso, preceduta dal cimitero e da uno stuolo di monumenti commemorativi, uno per ogni nazione vittima della soluzione finale. E giù, si scorge la triste e macabra 'scalinata della morte', dove i prigionieri salivano per portare in cima al campo le pietre dalla cava e, una volta lassù, essi stessi venivano obbligati a buttar di sotto i loro compagni.

IL SECONDO VIAGGIO
Non fanno più entrare dall'ingresso principale, ma dal retro, almeno in questo mio secondo viaggio, oggi non so. Ma so che tutto è cambiato. Mauthausen l'ho trovato più simile a un ritrovo turistico che a un campo di concentramento. Le baracche sono state recintate e non vi si può accedere. Il fabbricato a destra del viale è diventato un centro congressi ultramoderno e vi sono anche dei bar. L'ingresso è a pagamento.
Non ho provato le stesse inquietanti emozioni e, a vedere gli occhi dei turisti, sembra che neanche loro, visitatori per la prima volta, abbiano lo stesso tipo di emozione che ho avuto nel primo viaggio. C'è quasi aria di festa, oserei dire, rasentando la blasfemia. Non c'è più silenzio, nè quel senso di rispetto che si deve. Ma di fronte ai forni crematori no: lì -ma solo lì- si può vedere ancora in faccia la morte e tutto l'odio nazista, il cinismo umano, la bestialità della dittatura con la svastica!

Celebro così, in questi miei pensieri, ogni anno, il giorno della memoria

4 commenti:

pia ha detto...

Perchè l'uomo è anche capace di tutto ciò.
Non ci sono aggettivi per qualificare, solo un esagerato senso di oppressione nel cuore.

coscienza critica (italiani imbecilli) ha detto...

@ pia
E' proprio come dici tu: un senso di oppressione. Ci sono periodi della Storia in cui la parte malvagia dell'Uono prevale su ogni ragionevole pietas.

daniele sensi ha detto...

Io visitai Dachau, nei primi anni 80. Avevo 9 o 10 anni. E le emozioni -terribili- provate, non ho smesso di portarmele nella testa, nel cuore, nello stomanco, nella carne.

coscienza critica (italiani imbecilli) ha detto...

@ daniele sensi
Infatti è proprio così: chi visita questi luoghi porterà con sè un doloroso ricordo. Per sempre.

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