domenica 17 ottobre 2010

Il rapporto Stato-reato nell'istituzione delle disuguaglianze sociali

Una grandissima parte dei reati vengono commessi a causa delle sperequazioni, delle disuguaglianze, ma anche perché la società è stata costruita coattivamente secondo il modello capitalistico, dove l'introduzione della proprietà privata conduce inesorabilmente alla creazione del reato. Esiste un 'mio' e un 'tuo' che potrebbe anche sembrare naturale, ma che invece non tiene conto delle dinamiche che rendono l'essere umano tanto egoista e arrogante quanto più egli possiede, e tanto schiavo e ribelle quanto meno egli ha. Da queste differenze emotive e di condizione sociale nascono forti contrasti, delitti, reati di varia natura, quindi oppressioni, alienazioni, punizioni, fino agli omicidi e/o suicidi.

Lo Stato inventore delle disuguaglianze
Lo Stato è nato per garantire e rinnovare in perpetuo queste differenze sociali, e lo fa attraverso l'introduzione dell'ordine gerarchico della società. All'origine di questo ordine gerarchico ci sta un inganno, un'aberrazione, secondo cui qualcuno dovrebbe essere necessariamente superiore, migliore di qualcun altro (ne parlavamo in questo post, con l'aiuto di Giorgio Gaber). Le prime società organizzate in Stato erano monarchie: un solo uomo si proclamava sovrano per volere di una divinità scesa appositamente dal cielo a donare simboli di potere a questo uomo. L'autoproclamazione di questi monarchi, in qualità di esseri superiori agli altri, ha introdotto il principio della gerarchia come ordinamento statale. L'inganno è evidente. Dal momento che è stata una divinità a scendere in terra a donare il potere al monarca, il gradino gerarchico dei sacerdoti (complici del sovrano) è quello contemplato immediatamente sotto il gradino reale. Questi due gradini, posti in alto, non devono mai essere messi in discussione dal popolo, perciò andranno difesi dagli attacchi attraverso un altro gradino, quello dei generali e dei comandanti degli eserciti. E così via, fino al gradino più basso, sede miserevole del popolo schiavo.

Curiosità sulla parola 'sovrano'
L'etimo latino del termine 'sovrano' si compone di due parole: 'super' e 'anus', dove 'super' vuol dire sopra e 'anus' anello. Anticamente gli schiavi si connotavano proprio per l'anello al naso, segno di riconoscimento umiliante, imposto dall'autorità, che li accostava al rango di buoi. Per conseguenza, 'superanus' voleva dire 'colui che sta al di sopra dei portatori di anello'. Se il sovrano è il capo di tutti, va da sè che, da quando esiste lo Stato, tutti i cittadini sono considerati schiavi.

Il rapporto Stato-reato
Lo Stato ha bisogno del reato, perché i suoi apparati oppressivi devono essere ben presenti ed esposti al pubblico, con atti di forza, al fine di far percepire al popolo la forte e rassicurante presenza di una pseudo difesa, braccia forti alle quali potersi affidare. La reazione dello Stato ad un qualsiasi reato commesso dal cittadino può essere spietata a seconda del tipo di cittadino. Poiché la legge non è uguale per tutti (non lo è mai stata), è più facile che i cittadini più vicini agli alti ordini gerarchici vengano puniti in maniera leggera (o non essere puniti, oggi in Italia addirittura premiati) rispetto ai cittadini ritenuti dissidenti, quelli che per la misera condizione in cui essi sono caduti (loro malgrado) osano ribellarsi. In molti casi, questi ultimi cittadini sono stati severamente puniti anche se erano completamente innocenti (la lista è praticamente infinita, valga per tutti l'esempio di Sacco e Vanzetti). Tuttavia, la punizione per chi commette il reato, seppur esemplare e violenta (ad es. la pena di morte), non ha mai garantito l'eliminazione dei reati. Il sistema carcerario, inoltre, così come è concepito attualmente, non fa altro che acuire il senso di oppressione dello Stato sul cittadino e abbrutisce ulteriormente i reclusi, i quali non avranno difficoltà a reiterare il reato, facendo scattare nuovamente il braccio dello Stato che è lì apposta per punire i cittadini comuni. Esiste perciò una simbiosi tra Stato e reato, un rapporto di causa-effetto. Stato-reato: una logicissima conditio sine qua non.

Senza scomodare Bakunin
Sembra scontato che quello capitalistico è un modello profondamente ingiusto e aberrante, creato appositamente per determinare ricchezza e potere da un lato (classi dirigenti, industriali, clero, alti graduati), povertà e schiavitù dall'altro (popolo). Finché questo modello non verrà distrutto e sostituito, non ci sarà alcun tipo di giusta società. La classe dirigente - che detiene il potere ed i mezzi di propaganda - ha tutto l'interesse a mantenere questo stato di cose, a qualsiasi costo. Questa classe dirigente è lo Stato. E' assolutamente sbagliato cadere nella trappola propagandistica secondo la quale 'lo Stato siamo noi'. Mai affermazione è stata più falsa. Un monarca non può inventare lo Stato e poi dire che lo Stato sono i sudditi. Lo Stato serve al monarca, e al monarca serve comandare con la creazione e la codifica dei reati (che egli punisce), quindi con l'introduzione di leggi (infatti si dice che 'le leggi servono per essere infrante') . Lo Stato va abolito perché 'nessun uomo ha ricevuto dalla natura il diritto di comandare gli altri' (Denis Diderot).

L'autopropaganda dello Stato e gli schiavi felici
Salvo rivoluzioni, come può lo Stato mantenere per così tanto tempo questi disequilibri che generano reati? L'azione dello Stato è sempre autoreferenziale, si concentra maggiormente nella propaganda continua di se stesso e dei suoi presunti buoni governi, buone leggi, buoni provvedimenti, buoni ordinamenti e forme, buoni inni, buone armi... Il cittadino viene fidelizzato fin da piccolo all'idea dello Stato come unica possibilità di vita e di organizzazione sociale. Nondimeno, il cittadino prima viene posto in caste e poi viene illuso a credere che siamo tutti uguali, che la legge è uguale per tutti, che la res publica esiste davvero, così come la democrazia. L'opera di fidelizzazione e di propaganda è talmente potente che esistono ancora oggi cittadini disposti a morire per lo Stato e a difenderlo con ogni mezzo: sono i cittadini schiavi felici, inconsapevoli di esserlo, quelli che difendono il loro padrone. Provando a impostare un dialogo con queste persone, ci si rende facilmente conto che parlano per stereotipi, gli stessi stereotipi imposti dall'opera di fidelizzazione, dalla propaganda. Si tratta di luoghi comuni sciorinati automaticamente come fossero formule buone per ogni occasione, come ad esempio 'bisogna avere il senso dello Stato', 'dobbiamo sentirci tutti patrioti'... Chi parla in questo modo sono anche quelle persone che, ad esempio, si indignano se un migrante innocente viene condotto in carcere, ma contemporaneamente difendono il carcere come metodo statale di oppressione. Sono quelle persone che dicono di amare la libertà, ma che poi vanno a votare i loro padroni, delegando il potere e svendendo la propria libertà. Secondo alcuni studi di psicologia, ma anche a detta di molti studiosi, queste persone deleganti portano nel subcosciente una disperata voglia di comandare. Lo attesta anche la seguente affermazione di Paul Léautaud: 'l'atto di servire lo Stato è l'uniforme di chi vuole comandare'. Sono queste le persone che meritano più attenzione, poichè sono quelle più colpite e accecate dalla propaganda autoreferenziale dello Stato. Far loro comprendere che esiste un'alternativa di pensiero e di ideale, risulta però sempre ostico, se non impossibile. Come i personaggi di Flatlandia, non crederanno mai che esistono altre dimensioni, altre soluzioni e possibilità, e attaccano chi le propone, denigrandole o ribattendo con le stesse argomentazioni propagandate dal sistema. Un'altra categoria di persone meritevole di attenzione è quella che, pur scorgendo i vantaggi dovuti all'assenza dello Stato, fa finta di non vederli e continua a tormentarsi per le catene ai piedi.

L'opzione civile e umana
Una società dove i beni sono condivisi può considerarsi davvero libera, priva di reati collegati alla privatizzazione di questi beni. Il ladrocinio non esisterebbe, così come non esisterebbe la corruzione (solo per fare due esempi), ognuno godrebbe di tutti i beni prodotti dalla collettività alfine felice. Di più, la comunità così concepita e organizzata acquisterebbe molto presto una coscienza solidale e collettiva, uguale a quella che ha permesso il vero progresso delle comunità prima che si formassero le antiche monarchie. La cooperazione e l'autogestione sarebbero davvero gli strumenti per definire -se si vuole- un'autentica res publica, dove non esisterebbe neppure il concetto di gerarchia, quindi di Stato così come lo intendiamo oggi. Gli individui avrebbero tutto l'interesse a produrre per il bene della collettività, perché soltanto attraverso il benessere altrui l'individuo potrebbe, a sua volta e conseguentemente, stare bene e sviluppare la propria umanità. Persino il denaro non avrebbe motivo di esistere, poiché la cooperazione si baserebbe sullo scambio di servizi, non di moneta. Oggi i servizi, che dovrebbero essere diritti sacrosanti di tutti, vengono pagati a suon di denari perché gestiti da persone che, per colpa del liberismo e del modello capitalistico, prima si impossessano di tali servizi e poi impongono leggi e prezzi in maniera del tutto arbitraria. Oggi chi non ha soldi non può usufruire dei servizi. Anche questa è un'aberrazione dello Stato.

Non solo utopia
Proprio a causa di una propaganda statale denigratoria e mistificatoria contro chi non è d'accordo con lo Stato, propaganda dettata dalla paura, sono stati cancellati dalla memoria gli esempi di comunità senza Stato. Lo diciamo per quelli che ancora credono che l'ideale anarchico non si sia mai realizzato: molte comunità sono sorte nell'anarchismo, senza ordini gerarchici, dove la cooperazione, l'autogestione, l'abolizione del denaro, ha fatto tremare i polsi ai governi centrali e agli Stati. Esempi contagiosi da cancellare, da distruggere. E infatti queste comunità prima sono state distrutte a colpi di cannone (cannoni neri, rossi, verdi, grigi...), poi fatte sparire dalla Storia ufficiale, costringendo tutti i cittadini a credere che l'anarchia è caos, violenza, assenza di regole, abominio e ogni cosa utile a gettare fango su un'ideale di solo amore e libertà. Alcune di queste comunità sono nate solo per esperimento, ma che in virtù di ciò hanno denunciato una necessità, altre si sono realizzate, come ad esempio la Comune di Parigi, quella di Marsiglia e di altre città francesi alla fine dell'Ottocento. Postiamo un documentario relativo all'organizzazione anarchica della città di Barcellona (Spagna) durante la guerra civile. L'autogestione è stata soffocata poi nel sangue da chi ha voluto imporre, con le sue armi, nuovamente lo Stato con le sue aberrazioni e i suoi reati codificati per legge.





Nell'immagine, il codice di Hammurabi. (Hammurabi riceve dal dio Sole la verga e l’anello che legittimano la sua superiorità sugli altri individui. Hammurabi può così istituire lo Stato. Nel codice, i cittadini rei sono sottoposti a punizione non solo in base alla gravità del reato deciso dalla legge statale, ma soprattutto in base alla loro posizione nella scala gerarchica. Non è cambiato molto da allora).

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6 commenti:

Dario ha detto...

Farei prima a postare un link, ma non si può. Quindi copio-incollo.

Ecco come negli anni ’50 Ayn Rand descriveva, nel suo romanzo “La Rivolta di Atlante“, le due tipologie di governanti che ci assillano: i Religiosi e i Politici. Ayn chiamava i primi “Mistici dello Spirito” e i secondi “Mistici del Muscolo“:

“Il Bene, dicono i Mistici dello Spirito, è Dio, un essere la cui unica
definizione è che trascende il potere di comprensione dell’uomo… una
definizione che infirma la coscienza dell’uomo e annulla i suoi concetti
dell’esistenza. Il Bene, dicono i Mistici del Muscolo, è la Società…
una cosa che definiscono come un organismo senza forma fisica, un entità
superiore che non prende forma in nessuno in particolare e in tutti in
generale, tranne che in voi stessi.”
“La mente dell’uomo, dicono i Mistici dello Spirito, deve essere
subordinata alla volontà di Dio. La mente dell’uomo, dicono i Mistici
del Muscolo, deve essere subordinata alla Società.”
“La misura del valore dell’uomo dicono i Mistici dello Spirito, è il
piacere di Dio, i cui principi sono al di là della capacità di
comprensione dell’uomo, e devono essere accettati mediante la fede. La
misura del valore dell’uomo dicono i Mistici del Muscolo, è il piacere
della Società, i cui principi sono al di là del giudizio dell’uomo e
devono essere obbediti come primo assoluto.”
“Lo scopo della vita dell’uomo dicono entrambi è di diventare un servo
abietto per uno scopo che non conosce, per una ragione sulla quale non
può fare domande.”
“La ricompensa, dicono i Mistici dello Spirito, gli sarà data dopo la
sua morte. La ricompensa, dicono i Mistici del Muscolo, sarà data sulla
terra … ai suoi pronipoti.
“L’egoismo, dicono entrambi, è il male dell’uomo. Il bene dell’uomo
dicono entrambi, è rinunciare ai desideri personali, negare se stesso,
negare l’esistenza, arrendersi; il bene dell’uomo è negare la vita che
vive. E’ il sacrificio, gridano entrambi, l’esistenza della moralità, il
più alto valore a portata di mano dell’uomo.”
“…”
“Non ingannatevi sul carattere dei Mistici. Soffocare la vostra
coscienza è sempre stato il loro scopo attraverso i secoli … e il
potere, il potere di guidarvi con la forza, è la sola cosa che hanno
sempre agognato.” ….
“… è sempre lo stesso spettro: ridurvi ad una polpa che ha rinunciato
alla validità della coscienza.
Ma non possono farlo senza il vostro consenso. Se permettete che lo
facciano, ve lo siete meritato.”
“…”
(continua)
Dario

Dario ha detto...

(continua)
“Ogni dittatore è un Mistico, e ogni Mistico è un dittatore in potenza.
Un Mistico estorce l’obbedienza agli uomini, non il consenso. Vuole che
gli uomini arrendano la loro coscienza alle sue asserzioni, ai suoi
ordini, ai suoi desideri, ai suoi capricci… così come la sua coscienza
si è arresa alla loro.”
“…”
“La Ragione è il nemico che teme, e nello stesso tempo considera
precario; la ragione per lui è un inganno; sente che gli uomini
possiedono qualcosa che è più potente della ragione (la coscienza)… e
solo il loro credo senza causa o la loro obbedienza forzata possono
dargli un senso di sicurezza, la prova che ha ottenuto il controllo
della dotazione Mistica della quale mancava. Desidera comandare, non
convincere: la convinzione richiede un atto d’indipendenza e risposta
sull’assoluto di una realtà obbiettiva.”
“Quello che cerca è il potere sulla realtà e sui mezzi per percepirla,
la mente degli uomini, il potere di interporre la sua volontà tra il
l’esistenza e la coscienza, come se, falsando la realtà che egli ordina
loro di falsare, gli uomini potessero di fatto crearla.”
“…”
“La distruzione è l’unico fine che il credo dei Mistici ha raggiunto,
nel passato come oggi, e se lo sterminio determinato dai loro atti non
li ha indotti a mettere in dubbio le loro dottrine, se affermano di
essere mossi dall’amore e non sono atterriti dai cumuli di cadaveri
umani, è perché la verità in merito alle loro anime è peggiore della
scusa oscena che avete loro concesso, ossia la scusa che il fine
giustifica i mezzi e che gli orrori da essi praticati sono mezzi usati
per nobili fini. La verità è che quei orrori sono i loro fini.”
“…”

L’ultimo passaggio è particolarmente interessante, a mio avviso fornisce in parte la giustificazione agli scempi perpetrati da certi personaggi contemporanei:
Credo che Essi (i pochi … I Mistici) non potrebbero esistere senza il tacito consenso da parte di Loro (i molti … Il Popolo): Sono entrambi le facce della stessa medaglia.

Questo è solo un saggio di quanto analizzato e trattato in questo fantastico libro.
In esso si trovano anche molti concetti trattati in questo ottimo articolo....
Se vi interessa vi posto anche altri concetti interessanti.
Ciao
Dario

Mattia Paoli ha detto...

OT: perché non si può copiare il contenuto di questo blog? E' "tuo" quello che scrivi? :)

coscienza critica ha detto...

@ Dario
Grazie del testo. Gli aspetti trattati sono ampiamente condivisibili e veritieri.

@ Mattia
Da qualche tempo google ha modificato il suo metodo di indicizzazione. Copiare i testi altrui non favorisce più (anzi affossa) l'indicizzazione e la divulgazione delle notizie. Citare la fonte non è neanche più garanzia. Pertanto è meglio lasciare i post nei siti che li hanno creati. Per sapere la metodologia più corretta per la condivisione, puoi cercare in questo blog il post relativo (usa l'apposito strumento in alto a destra, magari digitando 'metodologia della condivisione in rete').

Jinocchio ha detto...

Senza provocazione, ma solo per volontà conoscitiva: in che modo è garantito che gli individui della comune anarchica collaborino per il bene comune?
Hai citato una sorta di sofisma nel paragrafo l'opzione civile e umana, in proposito, ma non sembra convincente e/o sufficiente.
Ti sarei grato per un approfondimento. Sto abbracciando il pensiero anarchico e questo aspetto non mi convince ancora.

coscienza critica ha detto...

Premesso che un blog non può mai essere esaustivo e tanto meno un articolo, la risposta è semplice da dare. Una comune non è mai concepita come un sistema chiuso e separato (come lo Stato). La comune esiste solo in funzione del suo scopo: la condivisione e l'abolizione delle gerarchie. La Colonia Cecilia, in Brasile, cominciò solo con qualche anarchico, ma si estese ai contadini locali che, spontaneamente, vollero parteciparvi. Furono tutti accolti e la comune crebbe per due anni. I soldi guadagnati dal lavoro venivano investiti nella colonia stessa. Queste realtà dovrebbero essere prese a modello e ampliate, espanse.
Spero di aver risposto esaustivamente.

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