mercoledì 24 novembre 2010

Rispondendo ad Antonio Cardella su un anarchismo concreto

L'articolo di Antonio Cardella apparso su A-Rivista Anarchica di questo mese stimola quantomeno una riflessione. La considerazione finale di Antonio, secondo cui -oggi più di ieri- l'anarchismo debba trovare risalto e concretezza nelle azioni visibili, è largamente condivisibile, diremmo auspicabile e necessaria. Antonio parte da un ragionamento che, tuttavia, può essere un motivo di confronto. Perciò gli rispondiamo. Egli denuncia il fatto che la proposta anarchica moderna si appoggia ancora sui vecchi personaggi (autorevolissimi) che hanno fatto la storia dell'anarchismo, additando la trasmissione televisiva di Giovanni Minoli 'Quando l'anarchia verrà' che illustra l'anarchismo (con tutti i limiti di un medium di regime), soffermandosi sui soliti Bresci, Sacco e Vanzetti, gli anarchici spagnoli della guerra civile. Allora partiamo da questo punto.
Intanto ci è sembrato un avvenimento eccezionale (e lo è stato) il fatto che una puntata de 'La Storia siamo noi' si sia occupata di anarchia, con tutti i suoi limiti -come dicevamo- e le sue omissioni. Di questo bisogna proprio prenderne atto, non capita tutti i giorni e nemmeno tutti gli anni che una tv nazionale parli di anarchia in termini storici e lungi dai luoghi comuni. Proprio in virtù di ciò, noi pensiamo che sia grasso che cola già solo il fatto che gli italiani contemporanei conoscano Bresci, Malatesta, Lucetti... cioè quelli che Antonio pone ingiustamente 'nel paesaggio lunare di una civiltà sepolta'. Se va bene, ma deve proprio andare bene, gli italiani di oggi conoscono a malapena Bakunin, forse solo per sentito dire, figuriamoci i Failla.
D'altra parte, comprendiamo Antonio Cardella. Chi da una vita si occupa di anarchia, proverà certamente nausea ad ascoltare le solite 'vecchie' informazioni. Bisogna però considerare che per la maggior parte degli italiani, quei 'vecchi' anarchici sono una vera novità. E dato che l'ideale anarchico non ha età, per moltissime persone sarebbe una scoperta illuminante leggere ad esempio il Programma anarchico del 1919.
Ecco, da questo blog pensiamo sia necessario parlare anche dei padri dell'anarchismo, cominciare dalle basi, per foggiare coscienze più consapevoli. Dobbiamo renderci conto che la lotta anarchica, oggi, deve svolgersi sul piano della conoscenza dei temi libertari. E' già una fortuna far comprendere agli italiani che l'anarchia non è caos e violenza.
Detto ciò, siamo assolutamente d'accordo con Antonio Cardella in merito alla necessità di mostrare l'anarchia. Occorre uscire fuori dall'élite, aprire le sedi, fondarne di nuove, occorre fare una corretta propaganda (come facevano 'i vecchi anarchici'), illustrare i principii dell'anarchia. E bisogna farlo adesso, perché sentiamo questa urgenza dettata dal bisogno di solidarietà e di giustizia sociale, elementi vitali che da troppo tempo vengono soffocati. C'è anche l'esigenza di contrastare la propaganda denigratoria (anarchici sempre buoni come capro espiatorio di ogni violenza di Stato). La società deve ritornare a conoscere, quindi a riconsiderare l'ideale anarchico. Se quasi cento anni fa il quotidiano 'Umanità Nova' tirava decine di migliaia di copie, gareggiando testa a testa con i giornali più blasonati, oggi 'UN', seppur autorevole, è diventato un settimanale presente solo in qualche edicola di alcune città (fermo restando l'abbonamento). Che fare allora?
Ben vengano i convegni e i dibattiti pubblici, i siti e i blog, ma occorre soprattutto progettare una severa presenza sul territorio da tradurre in termini di aiuto concreto, visibile, palpabile. Pensiamo ad esempio a chi soffre negli ospedali o nelle carceri, ai disoccupati, ai senzatetto, a chi è stato bollato come 'clandestino' ed è costretto a sopravvivere nascondendosi. Andiamo nei quartieri di periferia a parlare, a discutere, andiamoci ogni giorno. C'è molto da fare, l'elenco è lungo.

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4 commenti:

Riverinflood ha detto...

Se...
in una società anarchicha conclamata sorgessero contraddizioni ideologiche a fronte di una già conosciuta esperienza sociale dove lo sfruttamento su ogni soggetto umano, l'oppressione del carcere, il concetto del militarismo e della guerra, il sistema delle corruzioni, le ipocrisie delle religioni, eccetera, saltassero in forme più o meno destabilizzanti per quella società anarchica, a che cosa si deve imputare tale stato di cose?

L'interrogativo che ti pongo ti parrà forse poco concreto, ma in forza del fatto che l'ideologia anarchica, a titolo puramente personale, è qualcosa che mi sento di dire è "quasi perfetto", nel senso che presuppone la massima consapevolezza dell'anarchismo a 360°, non pensi che cadrebbe almeno uno dei canoni che così tanta passione fa degli anarchici uomini "quasi compiutamente liberi"?
Detto e pensato da uno la cui intima passione anarchica fa a pugni con il bisogno di rivoluzione (violenta) per "liberarsi".
Ma ho paura che sia solo un'utopia, se quelle contraddizioni restano appese agli attaccapanni.
Un saluto fraterno.

coscienza critica ha detto...

Caro River
Il tuo interrogativo è concretissimo e sono contento di poterti rispondere. Le 'contraddizioni ideologiche' di cui tu parli (e fai bene a non specificarle) nascono sempre da disaccordi. Ma l'anarchia è accordo tra uomini, ricerca di accordi. La questione è stata affrontata, anche in termini pratici, e Malatesta ha dato risposte anche a questo dubbio legittimo. La risposta è relativamente semplice. Se l'ambiente culturale anarchico pone come obiettivo il benessere di tutti, ogni individuo si accorgerà che stare in disaccordo nuoce anche a se stesso, oltre che agli altri. Malatesta affronta la questione e fa notare (come anche Bakunin) che la libertà di uno è anche la libertà di tutti. In un ambiente anarchico non ci può essere posto al dissidio ideologico (questo è stato dimostrato anche storicamente, in alcune ricerche archeologiche di cui parlerò qui, sto studiando...) perché tutti sono tesi naturalmente ad appianare i contrasti che ne deriverebbero e chi opera per disfare ne rimarrebbe ferito in prima persona. E' una questione di sistema culturale. Allora, in un contesto anarchico, le contraddizioni non sarebbero più ideologiche, semmai sono di ordine pratico, ragionando sul 'come si fa' e risolvendo il problema utilizzando il metodo della sintesi (laddove ci fosse bisogno di decisioni). Nella situazione attuale, dove la nostra cultura è incrostata di gerarchia (non si riesce a concepire qualcosa di diverso dallo Stato), è ovvio porre il tuo interrogativo, ma non possiamo mischiare la cultura gerarchica con quella libertaria.
Nell'esempio concreto della Colonia Cecilia, in Brasile, la comunità anarchica ebbe dei dissidii con quei contadini brasiliani che si aggiunsero al nuceo originario (formato da soli anarchici italiani). Due mondi opposti si sono scontrati proprio sull'ideologia: i brasiliani, in sostanza, non sapendosi staccare dalla cultura gerarchico-statale, non riuscivano a capire per quale motivo tutti i membri della Colonia dovessero essere considerati uguali (essi si pensavano inferiori, miseri contadini, e tali volevano essere), quindi avrebbero desiderato persino essere pagati meno degli altri, volevano riconoscere un capo (Giovanni Rossi), erano abituati così. Dopo due anni, la Colonia si sciolse per questi motivi. Morale, prima è necessario insegnare l'anarchismo, far capire che la libertà di ognuno è davvero la libertà di tutti (e viceversa), creare le condizioni culturali e far crescere individui in questa cultura, solo dopo si possono apprezzare i frutti concreti di una società non più basata sulla sopraffazione e la violenza.
In ogni caso, caro River, perché soffermarci sui 'se' e sui 'ma'? Facciamo, è molto meglio. E l'anarchia potrà anche avere difetti, ma certamente mai come quello del dominio dell'Uomo sull'Uomo. Già solo questo mi pare lodevole e degno di essere scambiato con l'ordinamento attuale. Il resto vien da sè.
Un saluto fraterno anche a te

Ramingo ha detto...

Le questioni fatte emergere da te, Riverinflood, sono importanti, tanto da essere state considerate in molti studi non solo anarchici, ma anche comunisti.
Così come le considerazioni tue, Italiani Imbecilli, quando dici che si pone il problema in particolare nella condizione di non riuscire a considerare una società libera da gerarchie e di sfruttamento dell'Uomo sull'Uomo. Rimane in effetti inconcepile il discorso sull'Uomo nuovo che anche Marx auspicava.
La mia considerazione allora è, stabilendo che concordo sull'insegnamento a 360° e la piena coscienza che ognuno deve avere di sè nella società: come attraversare il guado? Nel senso, come realizzare il passaggio dalla società attuale a quella nuova e libera? E' possibile pensare ad una società nuova attendendo la presa di coscienza di ognuno, visto che nel frattempo lo sfruttamento dell'Uomo sull'Uomo potrà intanto rigettare indietro quelle speranze di umanità nuova?
E' un dilemma che, da comunista continua rimuginarmi nella testa.
Intanto, certamente, occorre stare ovunque e ovunque mostrare le contraddizioni del sistema capitalistico, e quanto utile invece sia e allo stesso tempo dirompente, la forza di un mutuo soccorso (permettimi di dire) di classe (nel senso ampio del termine, e forse più oppotuno e cioè nel senso di simili condizioni sociali).
Mi unico ai fraterni saluti.

coscienza critica ha detto...

Ramingo, anche in questo caso e alla luce dell'urgenza, vale il fatto che è necessario fare, più che soffermarsi sui dilemmi. Agire. Il passaggio storico? Facciamolo. Costruiamolo. E' questo il senso della risposta che diamo a Antonio Cardella. Andiamo in strada, usciamo, operiamo. Solo così si costruisce la nuova coscienza. E se non ce la si fa nel volgere di una generazione, altre ce ne saranno. Comunque, abbiamo agito nel giusto, non è poco.
Sinceramente non credo più alle domande. Credo nella risposta del fare.
Un abbraccio

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