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mercoledì 2 gennaio 2013

Maximilien Luce, postimpressionista anarchico

Quando gli artisti cominciarono a dibattere sul tema arte-per-l'arte eravamo appena usciti dalla rivoluzione francese, accorgendoci però che il tiranno che venne dopo quella 'rivoluzione' fu anche peggiore del primo. E negli anni successivi, anni romantici, fatti di lotte per il pane e di crisi economiche pressoché permanenti, gli artisti proseguirono quel loro dibattito, stavolta ammantati di quell'aura anarchica che i fatti storici e sociali avevano portato in tutta Europa. Tutti gli artisti dovettero affrontare la crudele situazione sociale e denunciarne le cause, trovando nell'anarchismo la leva necessaria per auspicare la rivolta popolare, anche attraverso l'arte. Rimasero ben pochi quelli che, per vigliaccheria o opportunismo, si vendettero al regime (quasi tutti gli impressionisti) guadagnando fama, danaro e gloria.
Maximilien Luce fu un grande artista francese che operò in seno al postimpressionismo (o neoimpressionismo, o pointillisme), non lesinando mai contributi e interventi alla causa rivoluzionaria, e distinguendosi dai più conosciuti George Seurat e Paul Signac per la capacità tecnica eccellentissima, e per i temi affrontati. Il fatto che nessun libro scolastico riporti il nome e le opere di Maximilien Luce rientra sempre nel quadro della propaganda costante di regime che elimina di fatto qualsiasi riferimento anarchico dai piani di studio nazionali, salvo demonizzazione plateale dell'anarchia quando fa comodo. Tutto dire.
Maximilien Luce nasce a Parigi nel 1858, non ebbe certo modo di vivere i moti rivoluzionari antecedenti, ma su tutte le culle d'Europa, quindi anche sulla sua, l'aria della rivolta popolare contro il potere costituito era ben presente e svezzava tutti i figli del popolo. L'artista aveva solo 13 anni quando si trovò a vivere la felice ma breve stagione della Comune di Parigi, e questo condusse il maestro ad esprimere le sue posizioni in maniera netta e decisamente più diretta rispetto a quelle di Seurat e Signac, inclini piuttosto a sperimentare scientificamente il colore e gli effetti della luce. E infatti, uno dei quadri più celebri di Luce è proprio 'Una strada di Parigi nel maggio del 1871', che rappresenta la tragica morte di alcuni soldati comunardi assassinati dai 'soldati regolari' durante la terribile 'settimana di sangue' che precedette il ripristino del regime autoritario repubblicano francese. 

 I morti sono a terra, in primo piano, accanto ai cumuli di sanpietrini, più distante un altro caduto, assassinato, non è una scena inventata, è ciò che l'artista aveva visto e che ha voluto immortalare, anni dopo, consapevole che un grave e colpevole silenzio sarebbe calato sui fatti della Comune e sulla sua atroce fine. Non c'è traccia di quest'opera nei libri di scuola. Qui in basso una versione forse precedente:


L'immensa produzione di Maximilien Luce tocca anche i temi del lavoro, quello duro, quello per cui si muovono le masse in protesta e dalle quali nasce la stessa anarchia come coscienza politica e sindacale. La fabbrica, le ciminiere, i cantieri, le grandi gru del porto di Rotterdam, ma anche il lavoro nei campi, la misera ma dignitosa condizione di chi si sveglia per raggiungere il luogo di lavoro, la solidarietà prestata ai più bisognosi, le strade deserte di quelle città già alienate, dove l'unico divertimento concesso ai poveri è una passeggiata al Quai Saint Michel su cui però incombe l'altro simbolo del potere, la chiesa, Notre dame de Paris. Nessuno scampo per il popolo.

 
La tecnica è sopraffina, di gran lunga più emozionante e precisa di quella di Seurat e Signac, l'attenzione alla scomposizione della luce non impedisce la piena espressione del contenuto, non ne diminuisce il messaggio. E infatti, al contrario di quanto fanno Seurat e Signac, i quadri di Luce partono anzitutto dal messagio, dal tema, e solo dopo vengono tradotti in tecnica pittorica. Il tratteggio, o il puntinismo, tipico del postimpressionismo, nasce in seguito alle ricerche scientifiche sulla luce e sugli effetti della stessa a livello retinico. Se qualche anno prima gli impressionisti avevano già colto questa esigenza (grazie agli studi di Chevreul sui colori complementari), i postimpressionisti esasperano l'aspetto scientifico nell'arte, tanto è vero che si aprì subito un dibattito sul fatto se sia lecito o meno che l'arte si impossessi della scienza e viceversa. Perciò questa corrente durò pochi anni. Gli artisti così continuarono a scomporre la luce secondo criteri eminentemente artistici, che da lì a poco divennero avanguardia e lotta feroce. Maximilien Luce muore a Parigi nel 1941.

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venerdì 14 dicembre 2012

L'arte degli Inuit

L'arte, la creatività, l'invenzione, la fantasia, sono elementi connaturati all'Uomo, alla persona in quanto tale. Sono segnali di libertà individuale, personale, unica. Può una persona definirsi tale senza la sua prerogativa creativa? No. L'arte è un bisogno essenziale e fondamentale dell'individuo. Ma allora come fanno certi popoli come gli Inuit (eschimesi) che a causa del clima rigido sono quasi privi di materiali tradizionali per fare arte? Come fanno a dar libero sfogo al loro bisogno di fare arte? Al di là dei manufatti di artigianato (gioielli di avorio, costumi, accessori), e di maschere per la danza, presso gli Inuit l'arte si esprime soprattutto attraverso la creazione poetica. Gli Inuit sono uno dei popoli più fecondi al mondo nella creazione di racconti e di poesie, passano molto tempo a inventare storie e canzoni, queste ultime con abbondanza di ridondanze onomatopeiche, ad imitazione dei versi degli animali presenti sui loro territori. L'abilità consiste anche nel saper emettere suoni fortemente gutturali e a ritmo. 

Non è tempo sprecato, l'arte non è mai tempo sprecato, è un'attività necessaria alla persona (quando la persona è davvero tale). Ma per fare arte occorre tempo da dedicare a se stessi, cosa che noi non abbiamo più, ce lo hanno impedito. Gli Inuit sono soliti riunirsi in un luogo appositamente concepito per raccontarsi a turno le loro poesie, i loro canti, i loro racconti. E' come entrare in un museo, ma di creazioni verbali. Noi, che evidentemente non siamo più persone a causa della cultura capitalista e consumistica imposta, consideriamo l'arte un'attività marginale o addirittura inutile per la società, la scuola italiana la contempla per 2 sole ore settimanali e nemmeno in tutti gli istituti, gli artisti non hanno accesso ai ruoli chiave della gestione sociale, e tutte le eccezioni storiche non soltanto confermano la triste regola, ma rappresentano anche uno dei tanti mezzi con cui il potere ha agito esclusivamente per il proprio tornaconto, per la propria propaganda catto-guerresco-borghese, sfruttando gli artisti sia in vita, sia in morte.

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domenica 25 novembre 2012

Edvard Munch: 'Pubertà'


Scandinavia, fine Ottocento, un grumo di artisti e letterati partecipano attivamente alla denuncia sociale espressa dal vento anarchico che invade tutta l'Europa, sulla spinta energica della lotta operaia e contadina. Fra questi artisti, Edvard Munch. Le condizioni delle classi governate erano quelle riservate agli sfruttati e ai servi. Roba conosciuta in tutte le epoche statalizzate, come la nostra attuale.
Tra i dipinti più significativi della produzione di Munch, quelli vicini al discorso della difesa dei diritti umani, è questa tela. 'Pubertà' rappresenta il passaggio di una ragazzina dall'età infantile a quella adolescenziale. Ma è un passaggio carico di tragicità e di angoscia, non soltanto per cause eminentemente biologiche, ma perché la ragazzina sa che molto presto dovrà abbandonare i giochi e fare i conti con un sistema oppressivo che considera la donna una macchina per fare figli, un oggetto di piacere per l'uomo, una serva obbediente alla quale nulla è concesso. E' il meccanismo sociale e istituzionale che la divorerà.
Lo sguardo si perde nel vuoto, la ragazzina fissa un punto, è immobile, l'occhio si carica del pensiero più intenso nei confronti del futuro. Sa di essere destinata alla mattanza, alla quale si sfugge solo con la morte (forse anticipata). Per la ragazzina tutto diventa simbolo, come anche per Munch, tutto infatti è simbolo dell'ineluttabile, salvo rivoluzioni davvero tali. Ecco i simboli:

Il letto:
Là dove si viene al mondo, certamente simbolo di vita, ma quale vita futura soprattutto per una donna? Il letto, simbolo anche di morte, giaciglio per l'ultimo afflato. Simbolo di travaglio, di sofferenza genitrice, alla quale la ragazzina affida la speranza che almeno i suoi futuri figli siano maschi: triste, dolorosa e inumana speranza.

L'ombra:
Non segue il profilo della figura, infatti quella non è un'ombra, ma una sorta di cupo fantasma che incombe sul futuro della ragazza. Nera pece infernale, prefigurazione di un avvenire gonfio di dolore, di ingiustizia, di oppressione istituzionale e anche familiare.

La ragazza:
Lei stessa è un simbolo, perché tale si sente nella sua dimensione di futura alienata. E' lei stessa il monumento all'orribile società che la vuole sottomessa. Lei, venuta alla luce da un atto fors'anche di vero amore, è il simbolo reale dell'odio su cui è stata costruita l'intera società mondiale. Lei, donna, femmina, votata per natura alla pace, diventerà invece -per carattere modificato dal sistema- strumento di morte e di ingiustizia da parte di quanti tengono in mano le redini dello Stato, di quanti detengono il monopolio della cultura che ogni Stato deve inoculare a tutti, donne comprese, che è cultura della morte, dell'ingiustizia, della violenza.

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venerdì 3 febbraio 2012

Il senso della pittura di Vincent Van Gogh

(questo post non tratta la biografia di Van Gogh, né i temi specifici della sua pittura, ma vuole portare alla luce un angolo della sua stanza)

Volendo illustrare in una parola il senso più intimo dell'arte di Van Gogh, considerata l'evoluzione del suo percorso di vita (fuori da ogni romanzo), avendo messo in parallelo le opere, gli scritti critici e le lettere al fratello Théo, possiamo sicuramente utilizzare la parola AUTONOMIA. La pittura di Van Gogh è assolutamente autonoma, basta a se stessa, è stata concepita per questo.
Il rifiuto che Van Gogh ha ricevuto da parte del sistema sociale non poteva che sfociare in una umana reazione. Vi sono molti modi per reagire artisticamente al sistema. L'amico Paul Gauguin si era autoesiliato, certo per motivi ideologici, artistici, primitivistici e naturalistici, ma è stato pur sempre un tipo di reazione. Odilon Redon e gli altri si erano rifugiati nel simbolo come reazione ad una realtà contrassegnata dall'ingiustizia del potere, così come Edvard Munch, il quale però, pur non essendo un simbolista, considerava tutta la realtà un simbolo o un insieme di simboli significanti.
Van Gogh usa il colore per reagire, il colore inteso come materia, come elemento palpabile e concreto. Egli letteralmente costruisce la realtà, la sua realtà, quella che gli viene negata, i colpi di pennello dell'ultimo Van Gogh non portano il colore tradizionale sulla tela, ma mattoncini di realtà. Ogni pennellata un mattoncino. E in quella realtà-altra autocostruita e autonoma tutto vive, tutto deve vivere e vibrare di ardore, di umanità, di amore, anche le cose apparentemente immobili devono muoversi. Sembra di sentirlo urlare, Vincent: 'se voi non mi lasciate vivere, allora la mia vita me la costruisco io, a modo mio, come voglio io'!

  • Van Gogh non era matto, era solo distante dal pensiero unico dominante.
  • Van Gogh non era pessimista, portava la gioia di vivere nel cuore, portava l'anarchia.
  • Van Gogh non era introverso, voleva darsi da fare nella società e stare insieme agli altri, soprattutto vicino ai sofferenti, gioiva dalla voglia di libertà, si rattristava nel vedere la gente prigioniera del sistema.
  • Van Gogh soffriva atrocemente di acufene, fu quella la causa del taglio del lobo.
  • Van Gogh non si è ucciso, è stato ucciso per errore da un sedicenne (Van Gogh non ha denunciato il giovane per non condannarlo alla galera, muore dopo due giorni di agonia).
(Quindi basta con tutte le romanzate scritte nei libri di Stato).

Una lettera al fratello Théo (attenzione alla metafora dell'uccellino in gabbia):

Ti scrivo un po’ a caso quel che mi viene alla penna, sarei ben contento se in qualche modo tu potessi vedere in me qualcos’altro che una specie di sfaccendato.
Perché c’è sfaccendato e sfaccendato, non sempre sono tutti uguali. C’è lo sfaccendato per pigrizia e debolezza di carattere, di basso profilo: vedi un po’ se sia giusto ritenermi tale. Poi c’è l’altro sfaccendato: lo sfaccendato controvoglia, che è roso all’interno da un grande desiderio di azione, che non fa nulla, perché non può fare nulla, perché è come prigioniero di qualcosa, perché non ha ciò che gli sarebbe necessario per essere produttivo, perché la fatalità delle circostanze lo porta a essere così; uno non sempre consapevole di quel che potrebbe fare, ma che lo sente istintivamente: eppure sono capace di qualcosa, esisto per qualche ragione!
So che potrei essere un uomo del tutto diverso! A cosa dunque potrei essere utile, a cosa potrei servire? C’è qualcosa dentro di me? Che cosa? Questo è un altro tipo di sfaccendato: vedi un po’ se sia giusto ritenermi tale!
Un uccello in gabbia in primavera sa benissimo che c’è qualcosa per cui sarebbe adatto, sente benissimo che c’è qualcosa da fare, ma non può farlo: cos’è che non può fare? Non ricorda bene, poi ha qualche vaga idea, e dice tra sé: 'gli altri hanno il nido, fanno i piccoli e allevano la covata'; allora dà con la testa contro le sbarre della gabbia. Ma la gabbia resta lì, e l’uccello è pazzo di dolore. 'Ecco uno sfaccendato' dice un altro uccello che passa, uno che vive di rendita. Eppure il prigioniero vive. Non muore. Nulla di ciò che accade dentro, appare di fuori: sta bene, è più o meno felice alla luce del sole. Ma viene la stagione delle migrazioni. Eccesso di malinconia. 'Eppure — dicono i bambini che lo tengono in gabbia, — non gli manca nulla!' Lui invece guarda fuori il cielo gonfio, carico di tempesta, e sente montare la rivolta contro il fato dentro a sé. 'Sono in gabbia, sono in gabbia, e non mi mancherebbe nulla? Imbecilli! Avrei tutto ciò che mi occorre? Ah per favore, la libertà! Essere un uccello come gli altri!' Un uomo sfaccendato assomiglia a un uccello sfaccendato. E gli uomini sono spesso nell’impossibilità di fare qualcosa, prigionieri in non so quale gabbia orrenda, orrenda spaventosamente orrenda. C’è anche lo so la liberazione, la liberazione tardiva .Una reputazione cattiva mette l’uomo a disagio. La fatalità delle circostanze, la sventura: è questo che mette in gabbia. Non sempre si sa bene cosa sia ciò che rinchiude, che costruisce muri, che seppellisce eppure, le sbarre, le inferriate, i muri, confusamente li conosciamo.
Tutto ciò è immaginazione, fantasia?
Non lo credo; e poi ci si chiede: mio Dio è per molto, è per sempre, è per l’eternità?
Sai cosa fa scomparire la prigione? E’ il sentimento profondo, vero. Essere amici, essere fratelli, amare, è questo ad aprire la prigione grazie a una potenza sovrana, grazie a un potentissimo fascino. Colui che non possiede questo potere, resta nella morte. Ma lì dove rinasce la simpatia, rinasce la vita.
La prigione talvolta si chiama anche: pregiudizio, malinteso, fatale ignoranza, diffidenza, malafede. Ma per parlare d’altro: mentre io sono sceso, tu al contrario sei salito. E se io ho perduto simpatie, tu ne hai acquistate. Questo mi rende contento, lo dico veramente, è qualcosa che mi rallegrerà sempre. Se tu fossi poco serio e poco profondo, potrei temere che non durasse, ma poiché penso che sei serissimo e profondissimo, mi sento portato a credere che durerà. Solo, se tu potessi vedere in me qualcos’altro che uno sfaccendato della peggior specie, ne sarei davvero lieto. Se mai potessi fare qualcosa per te, esserti utile in qualcosa, sappi che sono a tua disposizione. Ho accettato quel che mi hai dato: allo stesso modo anche tu potresti chiedermi qualcosa; se mai io potessi esserti utile ne sarei contento e lo considererei un segno di fiducia. Noi siamo piuttosto lontani l’uno dall’altro e possiamo avere, per alcuni riguardi, modi di vedere differenti, ma, ciò nonostante, in un dato momento o in un dato giorno, l’uno potrebbe essere di aiuto all’altro. Per oggi ti stringo la mano, ringraziandoti ancora della bontà che hai dimostrato nei miei confronti.
Se prima o poi vorrai scrivermi, il mio indirizzo è: presso Ch. Decrucq, Bue du Papillon 8, a Cuesmes vicino a Mons. E sappi che scrivendo mi farai del bene.

Ti auguro ogni bene, Vincent

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domenica 15 gennaio 2012

La zattera della Medusa

Storia tragica, storia di schiavi e di padroni, storia di tutte le autorità che, come dimostrano la Storia e la cronaca, sarebbe meglio non avere, sarebbe logico, sarebbe giusto e umano.
La 'Méduse' è una fregata francese che, dopo una spedizione in Senegal per controllare se gli inglesi avessero abbandonato quello Stato per consegnarlo alla Francia, il 2 luglio 1816 si insabbia nei mari antistanti le coste della Mauritania. Non era sola, la Medusa, insieme a lei altre tre navi francesi facevano da scorta armata. Durante la navigazione, il capitano, Hugues Duroy de Chaumareys, decise di distaccare le navi appoggio e di portarsi più avanti. Decisione scellerata. Medusa si incaglia. Per tre giorni di fila i marinai cercarono di disincagliare la fregata, finché il capitano non prese la decisione di calare in mare le scialuppe. Ma queste non erano sufficienti per tutti. Allora i marinai costruirono una zattera. Questa venne trainata dalle scialuppe finché il peso degli uomini e le condizioni del mare non fecero rompere la cima di traino dopo solo poche miglia di viaggio. Ed eccola ancora l'autorità di Stato vestita da capitano prendere la decisione più atroce e inumana: abbandonare al loro destino gli uomini sulla zattera. Ora gli uomini sono soli nel mare, senza cibo, senza acqua, senza rotta, in preda alla disperazione. La prima notte alcuni di loro si tolsero la vita, nei giorni successivi vi furono atti di cannibalismo, altri ancora morirono tra i flutti dopo essersi gettati in mare per la disperazione o in seguito ad attacchi di allucinazione e di isteria. Dopo molti giorni, i superstiti vennero raccolti da una nave di passaggio. Uno di questi superstiti, il 13 settembre 1816, denunciò gli atti e le decisioni del capitano. Tutto il mondo rimase sconvolto. Vi furono proteste contro il governo francese e contro il capitano. Montò uno scandalo che incrinò la monarchia e rese il popolo ancora più consapevole del fatto che le autorità non hanno alcun motivo di esistere.
Théodore Géricault dipinge questo quadro due anni dopo la tragedia, dopo numerosi studi, ricostruzioni, scelte, ripensamenti. E' la metafora di una Francia che affonda, dice Giulio Carlo Argan in merito a questo quadro. In verità la tragedia contenuta nell'opera manda un messaggio preciso: quando le persone non sono più utili alla causa dello Stato, questo non esita ad ammazzarle.

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giovedì 6 ottobre 2011

Théophile Alexandre Steinlen e i suoi gatti (video)

Grande artista e celebratissimo illustratore, ma poiché anarchico non appare mai sui libri di scuola (e i molti inclusi non vengono mai definiti anarchici, chissà come mai?). Steinlen ha realizzato tavole graffianti e di denuncia su molti giornali e affiches, in merito ai delitti e le ingiustizie dello Stato , sui crimini e l'ipocrisia della Chiesa, sull'orrore del colonialismo e dell'imperialismo. Adorava i gatti, così come Gustave Courbet amava i cani.
Il gatto, per la sua autonomia e libertà, è uno dei simboli dell'anarchia. Quello nero (come la bandiera) si carica di vari significati, uno dei quali è il nostro lutto profondo nei confronti di tutti coloro che hanno cercato diritti e libertà e hanno trovato la morte per mano dello Stato e della Chiesa. In particolare, il colore nero denuncia il nostro perenne dolore per il massacro avvenuto alla Comune di Parigi, un esempio straordinario di autogoverno del popolo (1871) soffocato nel sangue. Anche il 'fiocco alla lavaillère' intende onorare chi si è sacrificato per la libertà, quella vera, del popolo, non quella opportunista e falsa di cui va cianciando propagandisticamente lo Stato. La nostra patria è il mondo intero.

Simbologia anarchica



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domenica 18 settembre 2011

Sulla bellezza estetica e sul suo odierno valore

Le terrificanti affermazioni della signorina Terry de Nicolò, trasmesse da Rai2, affermazioni esternate con quell'allarmante disinvoltura che denota anche profonda ignoranza in materia, ci inducono a chiarire il concetto di bellezza e del suo valore, senza però poggiare il piede sul terreno del moralismo, divenuto ormai un'arma (quella sì moralista) di cui i difensori di Berlusconi si servono per attaccare chi li accusa di comportamento immorale. Ma qui il moralismo non c'entra proprio niente. Affrontiamo l'argomento dal punto di vista squisitamente sociologico e anche artistico. L'immagine che abbiamo allegato al post è quella che, alla fine, metterà i puntini sulle i.

Cos'è la bellezza?
La bellezza è un concetto, un'opinione relativa maturata in un preciso momento storico da una specifica comunità. Esiste una bellezza assoluta? Dal punto di vista umano no, il concetto di bellezza si trasforma di pari passo alle trasformazioni dell'essere umano (trasformazioni culturali, di pensiero, di costume). Oggi, nella società che definiamo occidentale (noi preferiamo chiamarla occidentalizzata), la bellezza -nello specifico femminile- ha assunto i canoni e i caratteri che sappiamo, quelli inculcati dai media di regime, non stiamo qui a specificare, avete capito tutti. Ma questo modello di bellezza femminile oggi è associato alla sua vendita al miglior offerente, in modo che, chi ne è fornito, possa trarne profitto economico ritenendo giusto tale mercimonio. E anche questo mercato (soldi in cambio di bellezza fisica) è divenuto un modello culturale da imitare. Sarebbe il caso di fare una lunga analisi sul significato odierno di cultura, tanto per far prendere coscienza del brodo in cui i poteri ci stanno facendo nuotare, ma non lo facciamo. Confidiamo nella vostra intelligenza.

Quale valore oggi?
Ora, posto il fatto che la bellezza esiste, si pone l'altra questione del suo valore. Ma il valore, anche quello, non è assoluto e unico. Esistono vari tipi di valore: quello economico, quello culturale, quello sociale, quello storico, quello religioso, eccetera. Il valore che oggi si associa alla bellezza estetica di una donna, lo abbiamo detto, è quello meramente economico. Più un corpo è bello, più se ne può ricavare danaro. Il corpo è diventato merce. Tutte le altre componenti dell'essere umano non contano nulla in un sistema fondato sui modelli economico-speculativi, aziendali, fascisti. Quando -nello specifico- una bella signorina parla di 'valore' riferendosi alla propria bellezza fisica o in generale, quel valore è esclusivamente economico. A questo punto, basterà domandarsi se il valore economico serva realmente alla società, se sia cioè utile alla crescita culturale e umana di una comunità, per scoprire che... no, una comunità non può basarsi sul valore economico delle cose (e della bellezza), perché ciò conduce a forti sperequazioni e gerarchizzazioni, sfruttamenti e divisioni sociali: una bella donna finisce per essere considerata superiore rispetto a un'altra donna meno bella della prima. Nascono le competizioni, con tutti i problemi, le crisi personali e le sofferenze che ne conseguono. Allora possiamo affermare, come da oltre due secoli denunciano gli intellettuali, che il valore economico, le logiche di mercato, il capitalismo, conducono le società alla sofferenza. Può una società essere sofferente? E' la sofferenza di cui la società ha bisogno e di cui dobbiamo persino vantarci? Secondo le 'signorine arcoriane' sì. La società è stata condotta nel girone dei profittatori senza scrupoli: tutti boia di qualcun altro, in nome del valore economico.

Perché quella 'Monna Lisa'?
L'artista anarchico Marcel Duchamp, protagonista indiscusso e geniale del Dada, realizza nel 1919 quest'opera dal titolo 'L.H.O.O.Q.' ('Lei ha caldo al culo', il titolo emerge dallo spelling veloce in lingua francese delle lettere L-H-O-O-Q, che diventano: elle a chaud au cul). Il poster della Gioconda, scarabocchiato, dove oltre al titolo irriverente appaiono i baffi e il pizzetto, non è una provocazione fine a se stessa. Qual è stata l'intenzione di Duchamp?
L'artista ha denunciato fortemente questo tipo di società basata sul mercato e sull'economia. Egli ha preso l'opera d'arte più famosa e la più costosa (almeno all'epoca). Dopodiché ha provveduto a sbeffeggiarla. La bellezza anche estetica, di cui l'Arte è la testimone più eminente, non può avere un valore economico, non deve averlo. Le opere d'Arte, come la bellezza estetica di un corpo vivo, non possono essere oggetti di mercato, da mercato, perché il loro valore non appartiene ai mercanti, ai puttanieri, al portafoglio di qualcuno. La bellezza dell'arte appartiene al mondo intero, per sua natura non concede diritti esclusivi di proprietà da far rivendicare a chicchessia. Capite bene che il messaggio è importante e edificante per una buona società: Duchamp ci sta anche dicendo che se la società prosegue sul suo cammino di ingiustizia e di violenza è anche per colpa della proprietà privata, delle gerarchie, perché la formula secondo cui chi ha più soldi ha anche il privilegio (e il presunto diritto) di comprare la bellezza, è un modello deleterio che non fa progredire la società nel senso in cui dovrebbe, cioè in senso umano.
Se Monna Lisa rappresentava già nel 1919 l'equazione tanta notorietà = tanti soldi, possiamo dire che Duchamp ha svolto davvero un'operazione di denuncia fortissima rispetto alla sperequazione sociale imposta dal sistema, dove la bellezza dà anche notorietà, e dove più la notorietà è diffusa più viene pagata. Questo oggi appare persino normale, ma il modello è fortemente sperequativo, sbagliato, dannoso per le società dove ogni individuo dovrebbe essere considerato prezioso allo stesso modo, quindi anche bello per ciò che è, e non per come appare. Già, ma questo è un altro tipo di valore, quello umano, che oggi non può essere propagandato e alimentato, pena la distruzione del sistema capitalistico e statal-fascista, un sistema che, salvo gli anarchici, tutti alimentano, legittimando i potenti di ogni colore che hanno l'interesse di mantenere e promuovere i modelli attuali.

Buon pro' vi faccia.

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lunedì 7 febbraio 2011

Itaglia attossicata

L'Italia? Certamente non è più il Paese del Grand Tour di goethiana memoria. Nel frattempo è passato di tutto, quel tutto che gli ha cambiato i connotati e le attitudini. Governi e tv, mafie a capitalismo, edonismi e rampantismi, sono stati i semi che hanno generato la pianta velenosa di cui oggi mangiamo i frutti, e solo quelli.
Già negli anni '80, ricordo, gli scandali di qualche politico non facevano tremare alcuna foglia, anzi, ricordo benissimo le parole di un amico: 'quelli (i politici) sembrano provar gusto nel commettere reati per potersi vedere sui giornali'. E' tutto dire.
Oggi siamo giunti alla fase più acuta dell'intossicazione. Oggi assistiamo al mercato della dignità. Non ci si accontenta più di commettere reati per il gusto di apparire sui giornali, oggi si mette in vendita la propria dignità al migliore offerente. Popolo puttano! Uomini e donne! Genitori e figli!
Senti, figliola, va bene, quando avrai 18 anni ti comprerai l'automobile, ma i soldi te li devi guadagnare... magari ad Arcore! Tu vai, non ti preoccupare, fai la puttana al palazzo, che così non solo compriamo la tua automobile, ma anche la seconda casa al mare. Capisci, figliola? Potremo sentirci come dei re, proprio come Silvio.
A questo siamo arrivati. Altre parole non servono. Forse solo James Ensor (artista anarchico espressionista) è riuscito a restituirci l'immagine di 'persone' che non hanno ormai più nulla di umano, sono fantocci, maschere alienate, talmente allucinate e grottesche da superare la fase di annichilimento per passare allo stadio terminale del sorriso idiota e pazzoide: la deformazione della coscienza e la ridondanza psicotica degli ultimi rantoli, degni del più accorato Jacopone da Todi.
Allora ben venga la critica di Ensor: giusta, anarchica, forte, senza sconti: ecco il popolo votante che sceglie i suoi padroni ed ecco cosa l'attende!

JAMES ENSOR
prima immagine: 'L'intrigo'
seconda immagine: 'Alimentation Doctrinaire' (per la copertina del libro 'Doctrinal Nourishment, Art and Anarchism in the time of James Ensor', di Theresa Papanikolas).
terza immagine (rara): 'Alimentation Doctrinaire' (versione ad olio)

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mercoledì 5 gennaio 2011

'Mediterraneo', la mostra di opere che denunciano il sociale

Ieri ho preso armi e bagagli e sono andato a Genova a vedere la mostra a palazzo Ducale. Tema e titolo della mostra: 'Mediterraneo, da Courbet a Monet a Matisse'. Il biglietto è caro (10 euro), ma ne vale la pena. Certo... se penso che a Londra anche la National Gallery è gratuita...
La mostra accoglie nomi illustri della pittura tra Ottocento e Novecento, a cominciare da Gustave Courbet, padre del Realismo, su cui gira tutto l'impianto attrattivo ed economico della mostra, con le decine di gadget che riproducono 'Le bord de la mer à Palavas ' (1854) che vedete nella foto e i cui colori ho cercato di rendere il più possibile vicini al vero, attraverso correzioni cromatiche. Ma è chiaro che la riproduzione tecnica delle opere non rende giustizia ai colori originali. Vederlo dal vero è meraviglioso.
Certo non tutti sanno che Courbet era un anarchico, i libri di scuola censurano sempre queste informazioni (e più le censurano, più io le dico), ma è facile intuire che soprattutto nel secolo XIX la gran parte degli intellettuali erano anarchici. E infatti nella mostra sono esposte opere di grandi artisti che conoscevano molto bene il valore dell'anarchia: Braque, Munch, Vallotton, Derain, Dufy e lo stesso Van Gogh con la sua voglia di solidarietà nei confronti della povera gente e le sue speranze di cambiamento per un mondo migliore ed egualitario, sganciato da logiche capitaliste, razziste, nazionaliste, borghesi e conservatrici.
Di Courbet si possono ammirare due opere paesaggistiche di altissima fattura, tanto che, tra gli altri seppur pregevoli quadri, spicca immediatamente la mano superlativa del maestro, una tavolozza assolutamente coerente, una ricerca di toni e di timbri accuratissima.
Questa è una mostra dedicata al paesaggio mediterraneo, quindi solo apparentemente sembra che non vi sia alcuna denuncia sociale. In realtà, al di là della facile apparenza, proprio quel tema è espressione di denuncia sociale. Come spiegare, infatti, il motivo per cui un pittore così rivoluzionario come Courbet, impegnato anarchicamente, si sia immerso così sovente nel paesaggio? Dov'è l'elemento di denuncia sociale in un paesaggio naturale? Se noi consideriamo che l'insorgere dei grandi movimenti popolari per i diritti sociali coincide con le politiche industriali che, tra le altre cose, sfruttano barbaramente uomini e territori, allora è ovvio associare al paesaggio una sua forza intrinseca rivoluzionaria. E' un voler dare dignità e importanza all'ambiente naturale in cui l'Uomo deve poter vivere senza alienazione di sorta, in comunione diretta con la Natura, lontano dalla corrosione dello spirito dovuta al lavoro in fabbrica. Negli stessi anni in cui Courbet operava, molti filosofi avevano teorizzato la giusta idea di progresso umano (non economico) che si concretizza solo quando la persona viene staccata dalla dimensione macchina e ricondotta nelle braccia di Madre Natura. Uno di questi grandi pensatori (secondo Giulio Carlo Argan il più grande intellettuale inglese dell'Ottocento) è stato l'anarchico John Ruskin. Eh sì, anarchico anche lui, e se vi sorprendete vuol dire che non conoscete davvero l'anarchia e siete ancora pieni di pregiudizi.
Condurre l'essere umano al suo territorio naturale, ai suoi reali bisogni, quelli primari e necessari, è il mezzo per la sua 'salvazione'. Donde, i numerosi gruppi e movimenti dediti al 'ritorno alla Natura' e a una dimensione più pura e libera dalle sovrastrutture costruite dalla borghesia capitalista: dai 'Nazareni' che teorizzavano la meditazione religiosa ai 'Preraffaelliti' ai 'Nabis' (profeti), fino alla 'fuga' di Paul Gauguin a Tahiti e alle correnti attuali che vedono nella Natura l'unica via per la riconciliazione con se stessi, con il mondo e con la dimensione metafisica.
Non più fabbrica alienante e distruttrice, non più sottomissioni, automatismi e autoritarismi, non più schiavi del padrone, non più guerre, non più lotte per i diritti e sangue innocente versato, ma finalmente un essere umano completo, creativo, libero, felice, puro e autogestito.
Allora eccoli i paesaggi rivoluzionari di Van Gogh, quelli insolitamente (ma logicamente) felici di Munch e di Matisse, dove il colore è gaio e il cielo davvero azzurro, ecco le intricate vegetazioni selvagge di Renoir e la magnifica 'Montagne Sainte-Victoire' di Cézanne, la veduta di Bordighera di Monet e tante altre opere che fanno riflettere e generano in noi alcune fondamentali domande: quanto siamo distanti dalla dimensione naturale e pura? Quanto siamo lontani dal nostro 'io' più vero? Quanto è radicata nella nostra coscienza l'idea di essere schiavi? Lo Stato con i suoi apparati, i suoi partiti, i suoi governi, i suoi eserciti, e le sue politiche liberiste pro-industria e pro-banche, è davvero un sistema umano, egualitario e... l'unico per noi?

PS: con 4 euro in più, vi dànno il biglietto per visitare la splendida mostra sull'Arte africana (prevalentemente statuaria). Vale. Qui anche i video.

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giovedì 2 dicembre 2010

Dov'è finita l'Arte di cui oggi abbiamo bisogno?

E' difficile accettare l'assenza degli intellettuali in questa fase di profonda e pericolosa crisi culturale italiana, (fatti salvi i soliti pochi noti) ma, nello specifico, la diserzione degli artisti sugli argomenti più cruciali del nostro 'mal vivere' è davvero inaccettabile. Dov'è finita l'Arte che parla alla società? Dove sono gli artisti? Che fanno? Di cosa si occupano? Perché latitano nei temi più urgenti? Perché non prendono posizione, anche alla luce dell'assalto compiuto dal governo sull'istruzione pubblica, sulla ricerca e sulla cultura?
Se davvero l'Arte ha da sempre assunto il ruolo di messaggera di contenuti necessari alla società (e da questa desunti), allora ancora più grave risulta la pressoché assenza di un'Arte relativa a questa precisa contemporaneità.
In Italia (e non solo) dovrebbe esistere già da parecchi anni un tipo di realismo inteso davvero come denuncia dei misfatti del ceto politico ai danni dei cittadini, come quello francese dei Courbet, dei Daumier, dei Millet... un realismo tenace, audace, risoluto, coraggiosissimo, senza peli sulla lingua, declinato in termini contemporanei, e invece... nulla, il massimo che siamo riusciti a produrre -a livello ufficiale- è un Cattelan che sembra piuttosto parteggiare per il regime capitalista nel suo dito medio che suona troppo come uno smacco nei confronti del cittadino contribuente, a meno che quel dito non sia stato concepito per smuovere le coscienze del popolo. In questo caso ci permettiamo di dire che il messaggio è troppo sottile, non è diretto. Oggi, ahinoi, il popolo ha bisogno di messaggi più chiari, soprattutto nel linguaggio visivo che si avvale di altri codici (non verbali) già difficili da interpretare per chi, quei codici, non li conosce (la maggioranza degli italiani). Se a questi codici si aggiunge anche la metafora... addio!
Ma prendendo per buona anche la provocazione di Cattelan, dove sono gli altri artisti? Le gallerie dovrebbero traboccare di opere-denuncia, invece siamo ancora legati a vecchi modelli, alle installazioni del 1968 o, tutt'al più, ai soliti nomi della ormai 'fu' Transavanguardia degli anni Ottanta (gruppo nato a tavolino per volontà di Achille Bonito Oliva, no comment).
Ci sarebbe da ispirarsi non soltanto ai realisti, ma anche ai vari Jossot o ai Steinlen, ingiustamente esclusi dai libri di testo perché anarchici (ma che dire dei mille artisti che vengono sì citati nei libri ufficiali, ma di cui si nasconde comunque il loro ideale anarchico?)
La nostra denuncia è soprattutto rivolta all'ufficialità del mondo dell'Arte. Sì perchè esiste un'Arte ufficiale e un'Arte non ufficiale, proprio come nel cinema, nella musica, nel teatro... Quella ufficiale gode di tutti i benefici della visibilità e della storiografia, quella non ufficiale è sempre nascosta suo malgrado. Allora ci viene da pensare che se l'Arte ufficiale non risponde alle esigenze della società, vuol proprio dire che questa nostra società è talmente vuota e imbarbarita che non può far altro che produrre vacuum e artisti altrettanto vuoti.
Non sarà forse il caso di guardare all'arte non ufficiale? No, non parliamo dei sedicenti artisti, pittori della domenica. Prendete un anonimo e bistrattato graffito e mettetelo in una galleria ufficiale, sicuramente perderà il suo valore mediatico legato al suo contesto originario, ma acquisirebbe una dignità almeno nell'immaginario collettivo (pensare a un'opera d'arte, la si pensa quasi sempre nei musei).
Ma, al di là dei graffiti metropolitani, di cui parlammo anche qui, ci sono tantissimi artisti che escono dalle Accademie di Belle Arti con un bagaglio sterminato di conoscenze e una voglia di URLARE. Diamo loro la parola? Vogliamo ascoltarli? O facciamo finta che non esistano, come sempre? Rivolgiamo allora lo sguardo altrove, non solo nelle gallerie ufficiali, andiamo a vedere tra i banchi di quelle Accademie, offriamo a questi ragazzi l'opportunità di denunciare tutto quello che hanno da denunciare e apriamo una vera e nuova stagione artistica, fatta di volti giovani e cuori sinceri, non ancora corrotti.

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martedì 12 ottobre 2010

André Breton, surrealista anarchico

Non ci è dato di conoscere, attraverso i canali ufficiali di divulgazione culturale, il grandissimo numero di personalità che hanno abbracciato l'ideale anarchico, intellettuali che hanno capito il senso vero e profondo di libertà e fratellanza che vive nell'anarchia. Di fatto, tutto ciò che conosciamo e che ci è stato insegnato non è che una parte, quella parte che non deve nuocere allo status quo, che non deve scuoterlo dalle sue fondamenta, che non deve turbare il percorso di insegnamento che gli Stati hanno deciso per gli individui-schiavi.
E non potremmo noi elencare tutti gli anarchici del mondo della cultura, poiché davvero servirebbe un'enciclopedia. Oggi si direbbe 'personaggi insospettabili', come se -parlando solo di Arte- si coprisse che Pablo Picasso, Lucio Fontana o Edvard Munch furono degli assassini, solo per fare tre esempi. Invece no, erano intelligentemente anarchici. E come loro moltissimi altri, magari a noi completamente sconosciuti, volutamente cancellati, ma grandissimi (vi dice niente, ad esempio, Jossot?).
André Breton, poeta e scrittore, padre del Surrealismo, era anarchico. Lo avete mai visto scritto sui vostri libri di scuola? Qualcuno ha mai sentito parlare di anarchismo di Breton in tv? Figuriamoci! Non sia mai che i giovani, incuriositi, vadano poi a scoprire che tutto quello che si dice intorno all'anarchia è sbagliato, che l'anarchia invece è qualcosa di veramente 'figo' e giusto. Allora non si dice, si censura, si taglia una parte enorme e fondamentale di cultura mondiale. Criminali!
E' vero, è scritto su tutti i libri che il Surrealismo è un movimento artistico-culturale rivoluzionario, ma i testi ufficiali, scolastici, quelli per la massa, non approfondiscono mai questo aspetto e si limitano a dire che il Surrealismo è rivoluzionario in quanto Avanguardia, perché ha smontato i precedenti linguaggi visivi, introducendo l'elemento onirico (desunto dai contemporanei studi di Freud), svolgendo la sintesi tra realtà percepita e realtà sognata, e via così... eccetera, eccetera. Sarebbe questa tutta la rivoluzione surrealista? Certo, già così non è poco, ma dove sta l'elemento anarchico che viene sistematicamente censurato?
Bisognerebbe imparare a studiare cercando di eliminare il più possibile le interpretazioni, rifacendosi direttamente alle parole dei vari esponenti, allora si capirebbero molte più cose. Una delle frasi più ricorrenti di Breton (ricorrenti negli ambienti anarchici e intellettuali, non sui libri) è la seguente: 'libertà è la sola parola che ancora mi esalta'. E' anche vero che oggi tutti utilizzano la parola 'libertà', a scopo propagandistico, perciò Breton potrebbe essere interpretato come un dozzinale politicante populista. Invece Breton intendeva la libertà come l'unica, nobile e vera mèta di salvezza per l'umanità. La sua è un'affermazione eminentemente anarchica e lo si capisce da altre sue dichiarazioni.
Il 12 ottobre 1952, Breton, rivolgendosi ai surrealisti, scriveva sul giornale anarchico 'Le Libertaire': 'Surrealisti, noi non abbiamo smesso di dedicare alla trinità Stato-lavoro-religione un'esecrazione tale che ci ha spesso portati a conoscere i compagni della Federazione Anarchica. Questo avvicinamento ci conduce oggi a esprimerci in senso libertario'. Il brano continua con un richiamo indispensabile all'etica, alla sua applicazione per liberare l'Uomo, poiché la libertà non deve essere intesa solo sul piano economico-politico, ma deve porre alla base una 'condotta', una educazione (perciò l'anarchia non può essere concepita come assenza di regole, chi pensa ancora ciò dovrebbe slegarsi dai pregiudizi imposti). Qui Breton si richiama ai grandi padri dell'anarchismo che ben hanno spiegato il valore etico dell'ideale anarchico.
Ma Breton prosegue e si inoltra nello specifico artistico del Surrealismo, chiamandolo 'sovversione'. Sì perché lo scopo del Surrealismo è quello di smontare le convenzioni, le false convinzioni sulle quali si fonda lo status quo. Scardinare il conosciuto, il codificato, attraverso l'azione artistica, pone l'osservatore in una condizione attiva che lo rende aperto e libero, capace di intravvedere nuove alternative per sè e per i suoi simili. E' anarchia.
E ci viene in mente proprio la famosa opera 'Ceci n'est pas une pipe' (in foto) di René Magritte. Noi crediamo che quella sia una pipa, in realtà non può mai esserlo, poiché è solo l'immagine di una pipa, non è neppure una sua riproduzione, non ha funzione di pipa. Quest'opera sottende all'esortazione anarchica, vuole far capire, in sostanza, che tutto quello di cui siamo convinti è troppo spesso una bugia. Così lo Stato, la religione, il lavoro (solo per nominare la trinità di cui parlava Breton) sono espressioni di una menzogna colossale, inventata per tenere in catene gli individui. Noi guardiamo oltre, liberiamoci degli stereotipi, non diamo nulla per scontato, sovvertiamo le cose per essere finalmente liberi.

Il brano di Breton

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lunedì 19 luglio 2010

Il 'Martirio di San Lorenzo' non è di Caravaggio!

E' stata una delle principali notizie di ieri, 18 luglio 2010, urlata a gran voce dalle pagine dell''Osservatore Romano' e ancor di più dalle televisioni: 'scoperto nel quarto centenario un nuovo Caravaggio'. Salvo poi inserire nel testo qualche 'forse' a titolo cautelativo, ma che non ha smorzato gli entusiasmi di Lydia Salviucci Insolera (docente di Storia dell'Arte presso la Pontificia Università Gregoriana) che osa persino accostare quest'immagine (chiamarlo quadro ci è impossibile) alla 'Conversione di San Paolo' o a 'Giuditta e Oloferne', ambedue realmente di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Attribuire a Caravaggio quella specie di crosta è un'eresia, un insulto all'Arte e al genio della pittura seicentesca, una palese dichiarazione di incompetenza. Si vede chiarissimamente che non appartiene al Maestro lombardo e neppure al Seicento. Forse si è voluto forzare la mano, offrire al pubblico una notizia eclatante proprio nel giorno del IV centenario della morte di Caravaggio, incoraggiare le celebrazioni... ma allora il clero avrebbe potuto pagare un artista migliore per eseguire un falso più decente e credibile.
Fare un'indagine iconografica e iconologica della crosta in questione ci sembra troppo, ma visto che viviamo in un'epoca di scarsa cultura del bello artistico, è il caso di far notare alcuni segni che testimoniano la falsità di questo 'Martirio di San Lorenzo'.
Partiamo dal generale, dalle masse corporee. La sproporzione dell'avambraccio destro è evidente, ma è ancora più evidente l'errore di inserzione al corpo di quel braccio; tra il deltoide e il collo non c'è spazio, sembra che tutto il braccio sia un elemento estraneo e appiccicato al corpo, a mo' di collage. Quel deltoide, poi, si allunga troppo verso il basso procurando al braccio una torsione innaturale, come innaturale è l'incontro tra il bicipite e il deltoide. La mano è troppo scarna per quel tipo di corporatura e il pollice è troppo lungo rispetto alle altre dita. L'altra mano, quella sinistra, dovrebbe essere più grande rispetto all'altra per effetto prospettico, invece è palesemente più piccola. Anche il torso presenta errori grossolani, uno fra tutti: la linea del petto non gira naturalmente verso il costato, non si attacca alla zona addominale, se non ci fosse il braccio a coprire il petto, si vedrebbe più chiaramente l'errore del muscolo pettorale penzolante. Il volto non ha nulla di Caravaggio, è appiattito sul davanti, la mascella non ha massetere, la bocca è un foro irregolare incorniciato da labbra storte (effetto dolore? Ma l'angolo del labbro superiore ride!). Le sopracciglia non hanno alcun movimento espressivo, neppure una ruga, nonostante il momento lo richieda, a prescindere dall'età dell'uomo. All'orecchio manca una parte di padiglione (l'elice non prosegue verso il lobo, in natura potrebbe anche esistere, ma non si è mai visto in Caravaggio). Tutta la testa, collo compreso, sembra anch'essa un elemento a sé, un corpo estraneo incollato al tronco e incassato a forza nella zona clavicolare.
Osserviamo quella specie di panneggio. Dire che appartenga a Caravaggio è un'offesa difficilmente perdonabile. E' un vero pasticcio, un agglomerato di budelli, un insieme di pieghe malfatte e senza alcun senso che tentano invano di dare corpo al tessuto (non dovrebbero essere le pieghe a fare il tessuto, ma quest'ultimo a fare le pieghe!).
Se ci soffermiamo sullo stile, notiamo davvero un'ingenuità che non fa certo onore a Caravaggio. Gli elementi caratteristici del Maestro lombardo, cioè la luce e le ombre, qui sono trattati con una superficialità disarmante. L'ombra è diventata uno stereotipo. In Caravaggio, luce e ombra costruiscono i volumi, qui invece sono elementi applicati. Osserviamo l'incidenza della luce sulla coscia, precisamente sul muscolo 'retto femorale', notiamo che questo muscolo sparisce, lasciando il posto a una sorta di carena di barca! Dov'è la perfezione di Caravaggio? Dov'è il suo realismo?
L'Osservatore Romano dice che si tratta di 'un dipinto stilisticamente impeccabile'. E' mai possibile che l'immenso patrimonio artistico in mano al clero non abbia contribuito a formare un minimo di competenza e amore per l'Arte a preti , vescovi e insegnanti al loro servizio? Davvero siamo diventati un popolo imbarbarito fino a questo punto? O il 'dover di propaganda' è riuscito persino a disonorare l'Arte e i suoi autentici geni? Per fortuna di quest'immagine non si parlerà mai più. Ne siamo certi.

AGGIORNAMENTO DEL 27 LUGLIO 2010
Alla buon'ora! 'Accademici ed esperti' ammettono che la crosta non è un Caravaggio.

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