mercoledì 19 gennaio 2011

Il popolo e la sua scelta di sottomissione

L'obiettivo poco ragionato (e poco ragionevole) del popolo è solo uno: sostituire l'attuale padrone con un altro. E' questo a cui anela un popolo schiavo. Il suddito non pensante si crogiola nella vana speranza che il prossimo padrone sia meno autoritario del precedente, questo perché non vede al di là dell'orizzonte del suo sotto-tavola in cui è stato costretto. E da sotto il tavolo le briciole, ora più piccole, ora più grosse, gli sembrano anche libertà.
Ora, ma cosa volete che noi si dica ad uno schiavo felice di questa sua illusione? Niente, egli non capirebbe mai che un padrone vale l'altro, che non esistono libertà offerte dai governi, che ogni Stato è nato in funzione delle proprie prerogative che sono tutte costrittive e autoritarie. Lo schiavo è obnubilato dal suo miraggio, che a ben vedere non è neanche suo perché qualcuno glielo ha pure costruito, proiettato davanti agli occhi. Lo schiavo vive in una felice condizione di sottomissione senza sapere di essere sottomesso, o comunque accetta l'autorità lodandola, idolatrandola, osannandola, implorandone la presenza. Ma certo, come può uno schiavo pensare a qualcosa di diverso da un governo statale? Dategli un ennesimo aspirante padrone che parla di democrazia e lo schiavo lo eleggerà con gaudium magnum.
La cosa più inquietante è poi assistere ai lamenti dello schiavo, perché nonostante i dolori, i soprusi, i lamenti e persino le morti atroci causate dal padrone, il suddito-schiavo non è neppure sfiorato da un'idea di vera emancipazione, poiché egli crede che cambiare padrone sia la sua vera emancipazione. E si va avanti così da 3500 anni, senza aver imparato nulla e, però, continuando a lamentarsi. In tutto questo c'è qualcosa di mefistofelico e di aberrante. Il più schiavo tra gli schiavi, poi, esibisce persino la seguente giustificazione: 'proprio perché da 3500 anni viviamo in questa condizione, vuol dire che tutto questo è giusto'. Inquietante è ancora poco, anche perché quando allo schiavo fai vedere che la porta della sua cella è lì e può essere aperta, egli si rifiuta di metterci la testolina fuori, anche solo per un momento, autoconvincendosi che quella porta non esiste neppure, anzi, di più, che quella porta chiamata libertà gli faccia male.
Allora è giusto che lo schiavo stia lì a farsi maltrattare e a difendere catene e padroni. Ciò che non tolleriamo, però, è che la sua scelta di schiavitù trascini anche noi sotto il tavolo, noi che vogliamo l'emancipazione e la libertà, a mangiare le briciole e a subire soprusi.
Come diceva Silvano Agosti, il vero schiavo è colui che difende il padrone, non lo combatte.



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