mercoledì 29 aprile 2009

I Beni Culturali e la loro tutela dipendono dalla coscienza di tutti

Nessuno fa mistero dell'enorme patrimonio artistico presente sul nostro territorio, più pingue che in qualsiasi altro Paese del mondo. Le opere d'arte non rappresentano soltanto un complemento estetico delle nostre città, ma sono l'espressione ancora viva della cultura e della nostra Storia.
La lettura iconologica delle opere d'arte fornisce elementi preziosi circa il contesto in cui l'opera è stata concepita. In ogni opera vi sono implicazioni filosofiche, politiche, religiose, letterarie (...) che vanno tutelate ad ogni costo, perché rappresentano la conoscenza su cui si fonda il nostro sistema culturale.
Un segno, un colore, una forma, in termini semiologici sono dei significanti. Ogni opera contiene una quantità variabile di significanti, ma questi devono poter essere letti in modo corretto, attraverso un'indagine iconologica (non solo iconica o iconografica) e da veri esperti, cioè da coloro che conoscono veramente la grammatica del linguaggio visivo. Non sono molti, in verità. Ecco perché occorre una maggiore coscienza su questi temi.
La tutela del patrimonio artisctico passa anche attraverso l'azione del restauro. Ve ne sono di vari tipi: conservativo, di liberazione, ricostruttivo o integrativo. Oggi si tende a preferire, giustamente, il restauro conservativo che svolge una funzione preventiva.
Il restauro ha una lunga storia, ma solo in tempi recenti ha avuto una regolamentazione, una codifica della prassi. Ma la prassi contempla, oggi, soprattutto quella che viene definita la morale del restauro, cioè quel metodo che salvaguarda l'essenza storico-sociale dell'opera, in toto o nelle parti originali rimaste. In pratica, se un manufatto artistico manca di qualche parte, non la si può integrare utilizzando lo stesso materiale, perché non è moralmente corretto. Non si può spacciare per antico quello che non lo è. Gli interventi postumi si devono riconoscere e, nel caso dei dipinti, le integrazioni devono essere eseguite rigorosamente con acquerelli e con una particolare tecnica (selezione dei colori) basata sulla sovrapposizione progressiva di linee diversamente colorate, sì che da lontano l'opera sembri integra, ma da vicino possa manifestarsi l'intervento.Esistono altre regole che qui vi risparmio, ma che sono contenute nella famosa (ahimé per pochi) Carta del restauro (pdf).
Tutto questo, serve anche a sfatare molti luoghi comuni intorno all'opera di restauro, secondo i quali è giusto ricostruire com'era in origine e sciocchezze del genere. Quando vedete, ad esempio, un manufatto architettonico con interventi moderni di acciaio o vetro o altro materiale differente dalla pietra originale, beh, sappiate che quel manufatto ha subìto un buon intervento. Semmai, il problema è stabilire quale altro tipo di materiale scegliere per l'intervento. Anche la plastica non deve scandalizzarci. Fra 500 anni, quella plastica denuncerà la nostra civiltà che è intervenuta su un'opera ancora più antica.
Detto ciò, invito Sgarbi a studiare la Carta del restauro e magari qualche buon libro di Arnheim o di Benjamin o di... mi faccia sapere lui, i titoli glieli darò volentieri.

8 commenti:

Crocco1830 ha detto...

Dici molto bene già dal titolo del post. Non ho le competenze per entrare nel merito dell'argomento, ma che ci sia bisogno della coscienza di tutti è una ovvietà non compresa, purtroppo. Ed i risultati si notano a più livelli. Anche dalla scarsa attenzione politica sull'argomento.

progvolution ha detto...

il restauro come rispetto e memoria anziché come inganno dovrebbe essere una spinta culturale da diffondere in molti ambito di memoria
Sussurri obliqui

Pietro ha detto...

non so, sono a digiuno o quasi

novalis ha detto...

Non sono avvezzo in materia ma credo sia giusto recuperare dove è possibile farlo e assolutamente contrario al "dov'era" e "com'era" quando si tratta di ex-novo (vedi purtroppo La Fenice)

Andrew ha detto...

concordo con progvolution

Le Favà ha detto...

Uscendo leggermente fuori da discorso, l'incapacità dell'uso dei nostri beni culturali è una sciocchezza. Nelle mie zone, dove passavano famose strade romane, i contadini trovano spesso alcuni reperti di quell'epoca. E se li portavano a casa. Ovviamente. Poi un giorno si decise di prenderli tutti e di portarli al museo di aquileia. Il fatto è che molti, contadini, avevano paura di essere denunciati. Fu esortato loro, che nessuno sarebbe stato denunciato o perseguito penalmente o quello che è. anzi sarebbe stato messo il loro nome su una targa. Passano i giorni e molti portarono quello che avevano. Poco dopo arriva un prefetto da Roma, dicendo apertamente che chi aveva portato via patrimonio artistico sarebbe stato perseguito.

alla fine non si fece più nulla. e chissà che alcune opere non siano pure state rotte. Vai a capire te il paese come va.

Riverinflood ha detto...

Nell'ambito della tutela e della conservazione dei BB.CC. ci si dovrebbe preoccupare anche delle numerosissime realtà di "musei privati", creati da amatori che non hanno mai avuto bessun sostegno dalla società, dalla politica e dalla cultura; musei che stanno andando in decandenza; musei che raccontano storie che in altri musei non sono nemmeno menzionati. A Godrano, ad esempio esiste (adesso non saprei in che condizioni sia) un mueso etno-antropologico creato da Francesco Carbone, un uomo di profonda cultura che ha raccolto oggetti che rapresentano i vari cicli della vita contadine e pastorale dei luoghi dove egli ha operato. Credo che la cultura di base sia anche questa dalla quale attingere sapienza e onestà, e non solo quella del signor Sgarbi et similia.

coscienza critica (italiani imbecilli) ha detto...

@ Crocco1830
Ci sarebbe bisogno di un'attenzione maggiore anche da parte della scuola

@ prog
E' vero, soprattutto in Italia, dove la memoria fa difetto in tutti gli ambiti.

@ Pietro
Non sei il solo. Nessun mezzo gaudio, però.

@ novalis
Tocchi un argomento che merita un approfondimento. Anche le Soprintendenze discutono intorno al tema della ricostruzione ex-novo. Esistono però leggi anche in questo senso, per fortuna, che io ritengo valide.

@ Andrew
Certamente, anche io

@ Le Favà
Conosco questo problema e queste ipocrisie. Il tuo racconto porta alla mia memoria episodi simili, anche di amici miei, sfruttati e illusi.

@ River
E' vero. Tra l'altro, è tipico dei piccoli centri la creazione di spazi museali privati di etnologia locale. Preziosissimi. Ma inesorabilmente lasciati morire dall'assenza delle istituzioni. Diverso è all'estero, dove invece si preservano bene e hanno sovvenzioni.

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