domenica 30 gennaio 2011

L'Uomo e la bestia: cosa vuol dire essere in cattività?

Un cittadino governato è sempre controllato, guardato a vista, inquadrato dentro recinti legislativi e morali. I suoi padroni sono infatti lo Stato e la Chiesa. Questa grama condizione, che non è per nulla naturale, è uguale a quella degli animali tenuti in cattività. E siccome le parole hanno un senso, soffermiamoci proprio sulla parola 'cattività' e domandiamoci il motivo per cui un animale tenuto sotto controllo e costretto a seguire regole che lo privano della libertà, venga definito 'animale in cattività'. La risposta è facile ed ovvia, direte voi. Ma certo, se si prende un animale e lo si pone in un recinto, gli si dà da mangiare a orari prestabiliti, gli si regola tutta la vita... va da sé che quell'animale maturi una predisposizione inconscia alla cattiveria, e prima o poi morderà il collo di chi gli tende il cibo ogni giorno 'con amore', a orari prestabiliti. Lo stesso discorso vale per gli animali nati in cattività. Facile ed ovvia questa risposta? Ne siete sicuri? Come mai allora, spesso, di fronte a un atto violento della bestia tranquilla nei confronti del padrone, quasi tutti si stupiscono e dicono: 'che strano, era così buono, non aveva mai fatto male a nessuno'? Piuttosto non sarebbe più corretto chiedersi se non sia stato il padrone il vero violento-violentatore? E dire che proprio colui che aveva ingabbiato l'animale l'aveva pure definito 'in cattività', doveva anche aspettarselo un bel morso sul collo, prima o poi, come reazione naturale. E' evidente che questa definizione, 'in cattività', è un errore del sistema, una svista che rivela il trucco. Chi ha costituito questa definizione lessicale avrebbe dovuto inventare qualcos'altro di più rassicurante, ad esempio 'animale tenuto in serenità' o 'in ordine'. Ma non importa, pare che il significato della definizione 'in cattività' sia ormai ignorata da troppi. Perciò ne parliamo.
Sapete voi, ora, trasportare tutto questo discorso nel rapporto Stato-cittadino? Sì? Ci evitate la fatica di scrivervelo? Bene. Però qualcosa di diverso tra animale e Uomo c'è, ed è ancora più aberrante. La differenza tra la bestia e il cittadino è che la bestia non sceglie di stare in cattività, mentre il cittadino è felice di poter scegliere colui che gli metterà la corda al collo e l'anello al naso. Quando il cittadino non ne può più di un governo, non vede l'ora di andare a votarne un altro. E' felice di illudersi e di offrirsi al nuovo padrone. Questa felicità della schiavitù deriva dall'ignoranza, dalla coscienza distorta, dalla modifica forzata degli equilibri psichici. Un animale, checché se ne dica, ha una psiche molto più forte e meno plasmabile di quella di un essere umano. Sicché il cittadino odierno, tenuto in cattività e nell'illusione, è davvero convinto di vivere in una naturale condizione di libertà, come se la scelta del padrone fosse persino un suo privilegio. Quanto è stupido l'Uomo rispetto alla bestia? Ma le aberrazioni non finiscono qui, c'è di peggio. Quando ai cittadini tenuti in cattività viene mostrata la verità, cioè il cancello del loro recinto, la libertà, essi ne hanno paura, voltano la faccia, non vogliono credere. Infatti siamo assolutamente certi che adesso, leggendo questo post, ci sarà qualcuno che dirà: 'tutte stronzate'. Perciò riformuliamo la domanda: quanto è stupido l'Uomo? Per inciso, le proteste popolari, i cortei, gli scioperi... non servono a liberarsi veramente (voi protestate per avere un altro padrone), non servono a rompere i recinti. Spesso protestare diventa solo un alibi per la propria coscienza. Scalciate quanto volete, ma finché rimanete nel recinto sarete schiavi e condannate anche gli altri ad esserlo. Vergogna!
Ma ad onor del vero, noi biasimiamo questi cittadini fino a un certo punto, perché tra questi esseri umani tenuti in cattività (da circa tre millenni) vi sono donne e uomini che stanno cercando di abbattere il recinto, stanno indicando agli altri la via d'uscita. Sono gli anarchici, quelli che -per il potere statale oppressivo- non devono passare come fari illuminanti, amanti dell'umanità, ma come criminali (distruggere il recinto è reato, mostrare le libertà è reato). Perciò gli anarchici vengono perseguitati dallo Stato e dai suoi feroci apparati. Certo è che finché ci saranno cittadini sordi e ciechi, votanti, felicemente schiavi, sarà dura distruggere quel recinto. Finché ci saranno cittadini che daranno credito allo Stato e alla sua propaganda, ai governi, alle polizie, alle leggi (leggasi orari, modalità e luoghi prestabiliti ove poter mangiare e passeggiare), sarà più difficoltoso conquistare la libertà, la vita naturale, la fuga dalla cattività. Fino a incontrare quelle persone che, non paghe della loro schiavitù, trascinano anche gli altri al centro del recinto e accusano chi tenta di abbatterlo: sono persone che agevolano il lavoro dei governi (di qualsiasi colore), delle polizie e dello Stato; sono le persone che, per prime, intrise fino al midollo di propaganda di Stato, dichiarano gli anarchici violenti.
Allora facciamo doverosa chiarezza. Quando una bestia stanca della cattività aggredisce il padrone, questo è naturale che avvenga. Quando un cittadino stanco della cattività decide di estirpare i chiodi dello steccato, per favore, non accusatelo di essere un criminale e un violento. Egli vuole la libertà per sé e per gli altri, e l'azione che può sembrare cattiva è solo il risultato -ovvio e naturale- della sua grama condizione di cattività. Seguite quel cittadino! A voi non farà MAI del male. Siamo tutti fratelli e sorelle.

('Non esistono animali selvaggi, ma solo animali liberi' - Leon Shenandoah: capo pellerossa)

Partecipa anche tu al nostro sondaggio (sotto il blogroll)

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giovedì 27 gennaio 2011

E i perseguitati diventarono persecutori






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lunedì 24 gennaio 2011

Non volere ascoltare le parole della Storia

La Storia è satura di rivolte popolari contro Stati e governi. La Storia ci parla, ci sta dicendo qualcosa. Ma il popolo, ogni volta, delega il proprio potere a un altro governo. E tutto si ripete, nella perenne illusione di un cambiamento che, in questo modo, non avverrà mai.
La Storia ci parla, ma il popolo non vuole ascoltarla. Non vuole!

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domenica 23 gennaio 2011

Sperimentazione sul 'merito' dei docenti. Il modello Marchionne entra nella scuola

Diciamo subito col dire che il progetto è già fallito prima di iniziare (QUI), comunque è sempre saggio leggere, per conoscere.
I
Collegi dei Docenti, secondo la Gelmini, dovranno sparire perché in quelle sedi gli insegnanti hanno troppa forza decisionale (non sia mai!). E infatti i docenti, in sede collegiale, stanno già bocciando il progetto di sperimentazione sul 'merito' (leggasi di demerito) voluto dal ministro e che pone come obiettivo reale l'abbassamento degli stipendi, la disgregazione in fazioni del corpo docente, la punizione fino al licenziamento di una parte di esso, quindi un ulteriore risparmio del ministero con relativo incameramento (ruberia) di danari pubblici. Come sempre è avvenuto con questo ignobile governo, si tratta di far discutere agli stessi lavoratori, spaccandoli al loro interno, un provvedimento iniquo, lesivo, cinico, con il pretesto del 'merito'. Qui non c'è niente da discutere, si deve bocciare il progetto, come hanno già fatto a Napoli, a Pisa e a Torino.
Come recita il comunicato del Coordinamento dei Lavoratori della Scuola, 'questo progetto in realtà non vuole stabilire i migliori ma stabilire per decreto i “peggiori” forse per giustificare futuri ulteriori tagli e isolare i “rompiscatole” e i sindacalisti non allineati'.
Si tratta di una gravissima ingerenza del governo nella scuola e nella vita delle persone che attacca ferocemente la libertà di insegnamento, peculiarità necessaria di ogni insegnante.
L'adesione al progetto da parte delle scuole NON E' OBBLIGATORIA, tantopiù che questi fantomatici criteri di valutazione non esistono e non si sa neppure chi debba giudicare i docenti. E questa nebbia cela il solito sporco gioco del governo (mai pago dei disastri) e un sicuro clientelismo anche nelle assunzioni, oltre che nelle retribuzioni salariali, esattamente com'è nella consuetudine di questa vergognosa coalizione di 'maggioranza' (Alemanno docet, ma anche la Lega e tutto questo sistema di corruzione e di vergognose coperture reciproche).
L'unica cosa che i docenti devono approvare, perciò, è la bocciatura di questo progetto, altrimenti sarà decretata la scomparsa definitiva della figura dell'insegnante, quale tutela del diritto all'apprendimento da parte degli studenti. I docenti sono anzitutto persone e non dovranno spaccarsi, non dovranno farsi la guerra, anche perché in questo modo non avranno più la possibilità di portare avanti, collettivamente, istanze e battaglie per la difesa dei loro diritti. Questo squallido 'modello Marchionne' declinato scolasticamente non deve passare. Semmai dovremmo essere NOI a giudicare la classe privilegiata al governo e il suo operato, e a predisporre fasce di merito e di demerito!

QUI il comunicato del Coordinamento dei Lavoratori della Scuola.
QUI il volantino da appendere in aula professori (pdf)
QUI un modello di mozione per i Collegi Docenti

Post correlato 1 (docenti di serie A e di serie B)
Post correlato 2 (docenti di ruolo attesi alla sbarra)

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mercoledì 19 gennaio 2011

Il popolo e la sua scelta di sottomissione

L'obiettivo poco ragionato (e poco ragionevole) del popolo è solo uno: sostituire l'attuale padrone con un altro. E' questo a cui anela un popolo schiavo. Il suddito non pensante si crogiola nella vana speranza che il prossimo padrone sia meno autoritario del precedente, questo perché non vede al di là dell'orizzonte del suo sotto-tavola in cui è stato costretto. E da sotto il tavolo le briciole, ora più piccole, ora più grosse, gli sembrano anche libertà.
Ora, ma cosa volete che noi si dica ad uno schiavo felice di questa sua illusione? Niente, egli non capirebbe mai che un padrone vale l'altro, che non esistono libertà offerte dai governi, che ogni Stato è nato in funzione delle proprie prerogative che sono tutte costrittive e autoritarie. Lo schiavo è obnubilato dal suo miraggio, che a ben vedere non è neanche suo perché qualcuno glielo ha pure costruito, proiettato davanti agli occhi. Lo schiavo vive in una felice condizione di sottomissione senza sapere di essere sottomesso, o comunque accetta l'autorità lodandola, idolatrandola, osannandola, implorandone la presenza. Ma certo, come può uno schiavo pensare a qualcosa di diverso da un governo statale? Dategli un ennesimo aspirante padrone che parla di democrazia e lo schiavo lo eleggerà con gaudium magnum.
La cosa più inquietante è poi assistere ai lamenti dello schiavo, perché nonostante i dolori, i soprusi, i lamenti e persino le morti atroci causate dal padrone, il suddito-schiavo non è neppure sfiorato da un'idea di vera emancipazione, poiché egli crede che cambiare padrone sia la sua vera emancipazione. E si va avanti così da 3500 anni, senza aver imparato nulla e, però, continuando a lamentarsi. In tutto questo c'è qualcosa di mefistofelico e di aberrante. Il più schiavo tra gli schiavi, poi, esibisce persino la seguente giustificazione: 'proprio perché da 3500 anni viviamo in questa condizione, vuol dire che tutto questo è giusto'. Inquietante è ancora poco, anche perché quando allo schiavo fai vedere che la porta della sua cella è lì e può essere aperta, egli si rifiuta di metterci la testolina fuori, anche solo per un momento, autoconvincendosi che quella porta non esiste neppure, anzi, di più, che quella porta chiamata libertà gli faccia male.
Allora è giusto che lo schiavo stia lì a farsi maltrattare e a difendere catene e padroni. Ciò che non tolleriamo, però, è che la sua scelta di schiavitù trascini anche noi sotto il tavolo, noi che vogliamo l'emancipazione e la libertà, a mangiare le briciole e a subire soprusi.
Come diceva Silvano Agosti, il vero schiavo è colui che difende il padrone, non lo combatte.



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martedì 18 gennaio 2011

Un vecchio anarchico parla al figlio con una lettera toccante

NOTA: Dato che questa lettera non viene più indicizzata da Google (non ne conosciamo il motivo, o forse sì), vogliamo ripubblicarla.

Figlio, ora che sono stanco ed ho perduto tutto l'ardore dei muscoli, ti prego di ascoltarmi. Non l'ho mai fatto prima, non per vigliaccheria, ma perché mi ero illuso che la tua innocenza non venisse mai meno, ma ora sei un uomo, come me.
Tu sai che la vita, per me, non è stata facile. Non lo è stata per tante persone, troppe. Presto partirai da questa casa e tu avrai il mondo davanti ai tuoi occhi. Ti prego, figlio, corri se puoi e non voltarti indietro, se non per comprendere gli errori che sono soprattutto miei e dei nostri avi. Non commetterli anche tu.
Abbiamo lasciato che qualcuno pensasse per noi e ci hanno ingannati, tutti! Abbiamo voluto che altre persone decidessero della nostra vita, tu non permetterlo! Abbiamo creato un mondo di falsità, porgendo l'altra guancia a chi aveva piani criminali per noi. Ci hanno rubato la vita. Ci hanno rubato i sogni. Stanno uccidendo il mondo. Come gli schiavi più fedeli abbiamo adorato il nostro padrone aguzzino. Guardali tutti, quei padroni, sono ovunque. Non lasciare che decidano per te e non smettere di sognare un mondo felice. Non credere a tutti quelli che ti diranno che la fratellanza e la libertà sono un'utopia, poiché quelle persone sono le prime responsabili di questa prigionia. La vera utopia sta nella testa di chi la rinnega!
Credi in te stesso, nella forza della pace fraterna, nel rispetto dei pensieri e di ogni altra cultura. Ogni persona in questo mondo ha una storia, rispettala e trai da essa insegnamento. A volte ti troverai di fronte all'odio, ma siamo umani, non animali, tu dovrai saper governare l'istinto e saper riflettere, comprendere e valutare: anche a questo servono i libri di scuola. Ti auguro di avere amici sinceri e, se li avrai, dovrai difenderli quando ti chiederanno aiuto. Sii presente quand'essi ti chiamano, perché anche tu potresti aver bisogno di loro. Proteggi i più deboli, poiché sono i primi a pagare con la loro libertà. Non ho nulla da insegnarti sull'amore, poichè se sarai nel giusto, anche l'amore lo sarà. Amore chiama amore, come l'odio chiama l'odio. Ama con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita.
Gli uomini hanno fatto leggi che, molto spesso, quegli stessi che le hanno scritte disattendono: non credere a quegli uomini! Credi nelle leggi di giustizia che hai nel cuore, nella tua coscienza di uomo giusto, credi nell'armonia dell'abbraccio tra universo e umanità, fai in modo che tutto ciò che ti sta intorno vibri del tuo stesso amore per la libertà. Non credere agli stupidi governanti che credono di venderti il futuro in cambio della tua stessa vita e non fidarti mai di coloro che vogliono venderti una vita eterna, poiché in cambio troverai prigioni. Usa la tua conoscenza per valutare le cose, solo quella. Perciò studia più che puoi, perché più conosci e più sarai in grado di valutare le cose del mondo e così nessuno potrà ingannarti. Non giudicare mai prima di conoscere le cose e gli uomini.
Accogli in te il bene e sii libero, figlio mio.

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Ecce L'Aquila: un lungo piano sequenza dentro la zona rossa

Siete mai andati a L'Aquila? Intendiamo oggi, nel centro storico, nella zona rossa? Non avete mai avuto, come noi, il desiderio di vedere con la dovuta attenzione e indugio quelle strade, quei palazzi, quelle impalcature, quella amara desolazione? E' troppo raro il piano sequenza in tv, ci hanno abituati al ritmo, alle clip di due secondi, alla non realtà: tagli e montaggi che non rendono mai giustizia al dato reale, tessere di un mosaico impossibile da ricomporre.
Questo video, invece, è un vero documentario con un lungo piano sequenza. E là dove c'è un piano sequenza, la verità è percepibile quasi totalmente. E allora ecco L'Aquila, il suo centro storico, l'ancora e colpevolmente ex centro storico! L'amarezza accompagna il senso di desolazione. La camera non stacca un attimo, non ti fa respirare, entra nei tunnel di 'tubi innocenti', attraversa incroci, svolta, procede, retrocede, scruta senza pietà per 11 minuti.
Facciamo i complimenti a chi ha girato le immagini non soltanto per l'idea avuta, per la provocazione, per l'infrazione di una regola imposta da chi le regole non dovrebbe farle neanche per il proprio condominio, ma soprattutto per la scelta di non inserire alcuna musica. L'unico suono possibile, infatti, in questi casi, è quello reale del motore della moto e del vento contro il microfono. Tutto il resto è dolosamente, vergognosamente, silenzio!



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lunedì 17 gennaio 2011

Sciopero 28 gennaio 2011, lo studente va incontro all'operaio

Chi l'ha detto che il mondo dell'istruzione è staccato da quello del lavoro? Proprio la preoccupazione per il futuro è la priorità di questi studenti, un futuro assolutamente buio e gramo, incerto, nel migliore dei casi fatto più che altro di precarietà. Lo studente italiano: lui sì che sente tutto il peso di una grande responsabilità per se stesso e per la collettività. Altro che lo Stato con le sue istituzioni oppressive! E anche l'operaio non ha certo di che rallegrarsi di fronte ai piani diabolici di un liberismo soffocante, aberrante, schiavista. Se il futuro lavorativo di uno studente è quello proposto dal modello Marchionne, va da sé che la protesta di studenti e operai non può che essere condivisa, compartecipata.
Uniti si vince, certo, ma lo sciopero come mezzo, quando questo diventa sterile come una processione, ha ancora una sua forza? Raggiunge davvero il fine prefissato? Bisognerebbe anzitutto darsi un obiettivo preciso, per poi raggiungerlo con i mezzi adeguati, altrimenti anche questo sciopero si configura come l'ennesimo e flebile tentativo di una protesta completamente ignorata dal palazzo (oltre che dai media).
Certamente la cosa positiva risiede nell'unione delle due categorie, ma altrettanto certa è la forza impressa e scaturita dalle altre categorie che potrebbero (dovrebbero) partecipare alla protesta, pensiamo agli insegnanti e ai migranti, ai disoccupati e agli agricoltori che muoiono come mosche ogni giorno nel silenzio totale dei media, sol perché non indossano una divisa.
A proposito, invitiamo i lettori a rispondere al nostro sondaggio sullo sciopero. Si trova come sempre sotto il blogroll.


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domenica 16 gennaio 2011

Dedicato a chi non ha mai lavorato in fabbrica

Nel 1969 il regista Jean-Luc Godard (nella foto) girava il film 'British Sounds'. Un lunghissimo piano sequenza ci accompagna all'interno di una fabbrica di automobili, sulle linee, sulla catena. L'uso del piano sequenza è importante, fornisce più garanzie di veridicità sia nelle immagini, sia nei suoni in presa diretta. E sono proprio i suoni, anzi i rumori, i protagonisti di questo film.
L'Inghilterra è stata la prima Nazione industrializzata d'Europa, la patria della Prima rivoluzione industriale, perciò questi 'suoni inglesi' rappresentano l'archetipo di una politica imperialista e liberista che assoggetta l'essere umano fino a renderlo alienato, qualcosa di diverso da un Uomo: una macchina come quella da lui stesso prodotta. E allora non sai bene se questi rumori, troppo simili a urla disperate, escano dagli attrezzi o se siano invece l'espressione del dolore umano. La verità è che quelle urla appartengono ad entrambi. Macchina e 'Uomo' sono ormai la stessa cosa. E come macchine veniamo trattati dal sistema, usati e gettati, smontati e sostituiti, nel 'migliore' dei casi riparàti.
Il film merita di essere visto integralmente, ma se vi sembrano già insopportabili sei minuti, pensate a ciò che dovranno sopportare gli operai di Mirafiori, soprattutto dopo il ricatto di Marchionne. Oggi, forse, quei rumori non sono così forti, e gli operai hanno anche le cuffie, ma molto più violento di questo rumore è l'impatto con una quotidianità lavorativa che sarà ormai scandita dai ritmi inumani e dall'assenza dei diritti fondamentali. Anche questo produce schiavi alienati al servizio della borghesia capitalista a 5 mioni di euro all'anno!



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sabato 15 gennaio 2011

La democrazia, ovvero la dittatura della maggioranza

Come promesso, ci addentriamo negli elementi costitutivi dello Stato per andare a scoprirne le menzogne spacciate come sacre verità inviolabili. Molte persone (ma per fortuna sempre meno) si lasciano affabulare dalla terminologia utilizzata dalla politica di Stato, pensando davvero che quest'ultimo sia un'entità buona che accudisce amorevolmente i cittadini. Ecco che persino una delle menzogne più grandi, cioè la democrazia, diventa per queste persone miraggio di libertà.
La democrazia non è mai esistita, per il semplice motivo che là dove ci fosse un'autorità del popolo, lo Stato e i suoi governi non avrebbero motivo di esistere. Ancora peggio è la democrazia rappresentativa (la nostra), dove gli elettori affidano la propria vita, le decisioni più importanti per l'intera comunità, a perfetti sconosciuti che mirano esclusivamente all'arricchimento personale e a godere dei privilegi. Come può un tizio con queste mire, che neppure conosce il vostro nome e la vostra stessa esistenza, farsi carico dei vostri problemi e di quelli di milioni di cittadini? Credete o aspettate ancora che un San Francesco possa candidarsi a premier? Non è successo in 2000 anni, mettetevi il cuore in pace.
La democrazia è una vera dittatura, quella di una maggioranza che impone la sua scelta ad una minoranza. Questo metodo potrebbe andare bene (ma neanche tanto) per le futili questioni, ma quando si tratta di scegliere in nome di tutto un popolo, di decidere sui problemi esistenziali di tutti, problemi anche gravi e critici, la decisione di una sola parte di popolo rischia di essere un oltraggio e una grave ingiustizia per l'altra parte, come sempre avviene. Questo non è corretto, non è umano, non è solidale, non è politica.
In questi giorni abbiamo assistito alle vicende legate a una decisione importante di fabbrica, al voto relativo al ricatto Marchionne. Quel voto, non soltanto finirà per mettere il cappio al collo a quella parte di operai che non volevano cadere nella trappola, ma potrà essere decisivo per tutti gli operai d'Italia. Si parla già di 'modello Marchionne'. Non è giusto, ma è proprio questa la dittatura della maggioranza.
Ci stupisce il fatto che nessuno si ponga almeno un dubbio sul motivo per cui un certo Licio Gelli, fascista, abbia denominato il suo piano criminale 'di rinascita democratica'. E ci stupisce anche il fatto che nessuno si sia posto la domanda: ma perché sia la destra sia la sinistra parlano di democrazia? Ancora di più ci stupisce il fatto che nessuno si sia dato una risposta o, se se l'è data, faccia finta di nulla. E inoltre: perché i despoti e gli imperialisti parlano di democrazia? Ma davvero pensate che i governanti vogliano un governo del popolo? Non vi sembra un controsenso?
Certo, alcuni di voi pensano che non vi sia alternativa, che non vi siano altre soluzioni. Forse pensate davvero che la democrazia abbia dei difetti, ma siete rassegnati. Alcuni di voi addirittura difendono la democrazia e la osannano, la invocano. Abbiamo persino sentito dire: 'io esigo la democrazia'. Ma eccovela, la democrazia, non è mai stata più viva e 'rinata' come adesso, con questo governo (ispirato da Licio Gelli). Chi inneggia alla democrazia, non sa che sta chiedendo di essere uno schiavo. Siete accontentati. Questa è la democrazia, nella sua migliore espressione. Perché vi lamentate? Leggete ancora.
Quando i nostri nipoti, lavorando in fabbrica, si chiederanno il motivo per cui debbano vedersi negato il diritto di sciopero; quando si domanderanno il motivo della loro immane fatica a sopportare orari inumani; quando si accorgeranno di somigliare a servi, piuttosto che a lavoratori, dite loro che fino all'anno 2010 gli operai lavoravano nel pieno dei diritti conquistati con il grandissimo sacrificio dei loro avi, i quali, in lunghi anni di lotte, morti e scioperi, cortei e proteste, non hanno mai voluto cedere ai ricatti, con orgoglio e a testa alta, con la fierezza di essere anzitutto persone, non schiavi. Dite loro che il loro dolore, causato dall'annientamento della persona in quanto tale, risiede nella decisione maturata da un ricatto messo ai voti, valutato secondo 'democrazia'. Ma dite anche che la colpa di quel risultato referendario non è stata dei votanti, ma del metodo imposto, dove SEMPRE la minoranza subisce le decisioni della maggioranza. Dite loro che la democrazia non è mai esistita, che semmai è solo una bella parola usata per vendere fumo e creare oppressione.
(L'anarchia è una alternativa politica e bandisce sia la democrazia, sia la dittatura palese. L'anarchia sostituisce queste dittature con il metodo della sintesi).
una celebre bande dessinée

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mercoledì 12 gennaio 2011

Nuovo sondaggio. Oggi lo sciopero è davvero efficace?

In passato gli scioperi hanno saputo scardinare e disattendere certi principi liberisti, consentendo l'affermazione dei diritti del cittadino-lavoratore-studente. A volte gli scioperi sono riusciti a ribaltare anche i governi. Ma occorre dire che quegli scioperi non si consumavano in un solo giorno ed erano altri tempi.
Dall'altra parte si può sostenere che lo sciopero non abbia mai risolto il problema alla sua radice, che non sia mai stato in grado di cancellare l'ideologia capitalista imperante o di eliminare lo sfruttamento e il dominio dell'Uomo sull'Uomo. E in questa scia di pensiero, Errico Malatesta non a caso nomina gli scioperi 'sfogatoi', dove la forza del popolo si stempera in microazioni che non raggiungono il grande obiettivo, quello definitivo e liberatore.
Considerata la straordinaria arroganza dei governi attuali, sordi a qualsiasi grido del popolo, come ti poni in rapporto all'idea di sciopero, oggi? Pensi che uno sciopero generale sia sufficiente? O pensi che servano azioni più incisive? Questo è il tema del nuovo sondaggio che trovate come sempre sotto il blogroll. Valutate bene le opzioni offerte e buona scelta a tutti.

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Fiat Mirafiori, la vittoria del sì

Il problema Fiat non va analizzato nelle due parti in campo più evidenti (Marchionne da un lato, operai dall'altro), ma deve essere analizzato e inquadrato in un respiro più ampio e storico. Allora le due parti in campo diventano necessariamente capitalismo versus popolo. E in questa battaglia che oggi si gioca a Torino -ma che nella Storia è stata giocata in altre mille località- è ovvio che a vincere sia il capitalismo, con tutto il corollario di informazione distorta ad esso legato, cioè una falsa idea di progresso e di prosperità.
Se da una parte il popolo rivuole i diritti, dall'altra il capitalismo dice di offrire il progresso. Sì, perché i termini della questione sono proprio questi. E allora dove credete che vada il flusso ideologico operaio, oggi, se non in quello già visto e rivisto nella Storia? Come tanti pecoroni, anche a Mirafiori gli operai sceglieranno il miraggio del 'progresso'. La favoletta capitalista di sempre. Così si immolerà sull'altare della tecnica, dello sviluppo, dell'ingegneria, dell'economia, ogni sacrosanto diritto umano. Scienza contro umanità, la lotta perenne. Sì perché non sempre la tecnologia è serva dell'Uomo, anzi, quasi sempre è il contrario. E' la politica dello Stato che muove i fili invisibili della scienza e della tecnica.
Non sappiamo imparare dalla Storia, ma non perché siamo fessi (o forse sì), ma perché la cultura occidentale si basa sui paradigmi nati dalla 'Rivoluzione industriale' (prima e seconda) e dove la scuola non fa altro che insegnare modelli capitalisti, anziché umani. Allora il positivismo ottocentesco viene riproposto ogni volta che vi sia necessità di convincere il popolo ad abbandonare le proprie istanze umane, i loro diritti fondamentali, in favore degli interessi del padrone mascherati da opportunità. A poco serve dire che quei diritti sono stati conquistati con la dura lotta di anni e anni. Di fronte a un ventilato benessere, di fronte a una promessa di progresso, il popolo ha sempre chinato il capo e subìto, rimettendoci sempre, alla fine.
Davvero non abbiamo imparato nulla, ma il guaio peggiore è che non ci sappiamo liberare da questa ignoranza, anzi la votiamo. Oggi si sta costruendo un altro Titanic, in molti vorranno salirci, ma ad affondare saremo tutti.

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martedì 11 gennaio 2011

Operaio fiat: l'icona di un suicidio indotto

Il sito di Repubblica espone le foto di questo operaio fiat in lacrime dopo che questi aveva assistito a un dibattito acceso tra le parti che si scontreranno in un voto suicida. Questa è l'immagine concreta di quello che, da sempre, lo Stato vuole da noi, ha in serbo per noi.
Lo Stato, la democrazia, la repubblica, in questo momento stanno godendo. Il 'divide et impera' è una regola che funziona sempre e che garantisce la perenne guerra tra poveri, una guerra voluta e tanto cara ad ogni tipo di governo, di destra, di sinistra, di centro, di semicentro, di estremi vari. Questo volto è solo apparentemente nascosto dalle mani, quest'immagine è invece il simbolo palese della sconfitta di quel popolo che non si è mai accorto di essere uno schiavo, neppure quando piange, neppure quando la sofferenza dovrebbe smuovere quel senso di orgoglio che purifica e libera. Ancora di più, questa figura sofferente è il simbolo della decadenza dell'umanità, costretta nelle maglie micidiali dei poteri costituiti che giocano col popolo ad ingannarlo.
Non c'è più nulla di umano in questa icona perché, scavando dietro l'apparenza del dolore di lacrime, si trova il cinismo perpetuo del sistema che deforma, aliena, opprime, devasta ogni cittadino e lo rende una cosa-altra, carne da macello, carne da cannone, carne da fabbrica, carne da padrone!
Ecco il pianto e l'urlo, come quello di Munch, in cui la disperazione è ormai l'ultima parvenza di pseudovita concessa, deformata, avvilita, offesa. Poi uccisa con un atto di suicidio indotto. Addio, Uomo.

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Ciao, anarchico De Andrè

Poeta e cantautore, nasce a Genova Pegli nel 1940, si interessa sin da piccolo alla musica country e jazz, ma anche a quella medievale trobadorica. Comincia a tradurre le canzoni di Brassens quando non era ancora iscritto al Ginnasio. A 18 anni incide 'Nuvole Barocche', ma fu 'La canzone di Marinella', inizialmente cantata da Mina, a dargli la notorietà.
'Faber' ha modo di toccare con mano la mediocrità e la bigotteria di una classe borghese che tende a conservare quegli stessi valori propugnati dal fascismo, ora mascherato da democrazia. Capisce che la denuncia sociale deve passare attraverso la rappresentazione del reale, di quella parte di popolo costretto ai margini e additato dal potere costituito: brandelli di società senza più illusioni e senza un futuro agiato, vittime dell'ingiustizia legalizzata. Si tratta di dare dignità alla povertà e all'umiltà, come nella migliore tradizione degli artisti realisti. E' una presa di coscienza anarchica che lo coinvolge fin da ragazzo, corroborata dallo studio di Bakunin, Malatesta, Stirner, Kropotkin, ecc. Dichiara che il suo lavoro segue due binari: l'ansia nei confronti di una giustizia sociale che ancora oggi manca, e la voglia di partecipare in qualche modo a un vero cambiamento del mondo, un cambiamento che esclude ogni dittatura, anche quella democratica e repubblicana, in favore di un vero autogoverno del popolo, altrove e a tratti realizzato e immediatamente soffocato dalle armi e dagli ardori opportunistici dei vari governi.
Iscritto ai Circoli Anarchici di Genova e di Carrara, Fabrizio De Andrè partecipa anche alle spese per la stampa di 'A-Rivista Anarchica' (di cui ricorre il 40° anno di attività) che legge regolarmente. Alla sua morte prematura, l'11 gennaio 1999, due bandiere svettano sul corteo funebre, quella della sua squadra di calcio (Genoa) e quella dell'anarchia.

P.S. di Paolo Finzi (A-Rivista Anarchica): '... nel grande spazio che giustamente - inevitabilmente, vorrei dire - i mass-media hanno dedicato a lui nei giorni della morte e dei funerali, il suo anarchismo mi pare esser stato presentato sotto una luce decisamente insufficiente, quando non errata. "Ribelle ed anarchico, ma con sentimento" - ha titolato a tutta pagina il Corriere della Sera, che pure nell’articolo di Mario Luzzatto Fegiz ricordava le sue frequentazioni giovanili (e non solo) dei circoli anarchici di Genova e Carrara. Invece di quel "ma", andava scritto "quindi": se non lo si capisce, non si può comprendere niente degli anarchici e dello stesso De André.



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