lunedì 28 febbraio 2011

Storia della denigrazione degli anarchici e dell'anarchia

A questo punto, dopo l'articolo sulla distruzione delle società gilaniche par mano guerriera degli Stati, ci sembra doveroso scrivere quest'altro articolo.
In che modo gli Stati hanno garantito la loro sussistenza in questi tre millenni, soffocando al contempo la natura libera e pacifica degli esseri umani? L'opera di smantellamento delle civiltà, dell'idea e delle pratiche anarchiche, è stata condotta esclusivamente per via militare? No di certo. Anche se le armi e le polizie hanno avuto (ed hanno) un ruolo importantissimo nel mantenimento delle dittature (ogni Stato, anche se democratico, è una dittatura, per sua stessa definizione e natura), queste non sono sufficienti. Occorre agire di concerto con una propaganda che si snoda su due rami principali:
1) la denigrazione del nemico.
2) l'autoreferenzialità.
Anzitutto è bene stabilire chi siano i nemici degli Stati. Qualsiasi idea che rifiuti la costruzione gerarchica della società, nonché la divisione della società stessa in classi e caste, è nemica dello Stato. L'anarchia è il nemico. L'anarchia è sì un pensiero, ma che si traduce in progetto politico sul quale si edifica una società orizzontale, libera, egualitaria, cooperativa, federale, come le società gilaniche o come gli esempi di comunità anarchiche che si trovano nei vari momenti della Storia e che sono stati distrutti ferocemente, prima dai governi a forza di bombe e artiglierie varie, poi dalla censura. Chi associa le bombe all'anarchia, dovrebbe farlo nell'ottica opposta, cioè in quella che vede gli anarchici (e le loro pacifiche comunità) orribilmente massacrati dalle bombe di Stato. E' lo Stato che dovrebbe essere associato alle bombe.
Stabilito chi sia il nemico e in continuità logica con quanto detto prima, è evidente che lo Stato ha tutto l'interesse di creare una rete capillare propagandistica, continua e perenne, di criminalizzazione del nemico stesso. Ma anche di derisione, di diffamazione, di dissuasione o di demonizzazione. Anche la censura, dicevamo, gioca un ruolo fondamentale. Nascondere l'evidenza storica delle società gilaniche, ad esempio, o celare le azioni di cooperazione anarchiche a supporto delle minoranze o dei più disagiati, fa parte della strategia. Quanti sanno, ad esempio, che gli anarchici hanno preso parte, autonomamente, alle azioni d'aiuto per i terremotati in Abruzzo? La tv non ha certo dato la notizia. In questo caso, i media hanno fatto un ottimo lavoro: aiutare lo Stato a nascondere la verità e le preziose azioni degli anarchici, cioè del nemico. E di fatto, quando i media parlano di anarchia, lo fanno SOLO in senso negativo, instillando germi di odio e di terrore nei confronti di un grande ideale che è invece portatore di pace e di libertà. Ci viene in mente, per associazione di idee, la denigrazione continua perpetrata nei confronti del Sud Italia, di cui si parla soltanto quando bisogna far vedere gli aspetti negativi: la mafia, la miseria criminalizzata (colpa loro, sembra voler far capire lo Stato). Mai, ad esempio, si parla della strabiliante umanità della gente del Sud nel saper accogliere e integrare i migranti (Mazara del Vallo dovrebbe essere presa a modello in tutto il mondo). Ma proseguiamo.
Quando il modello di Stato si insediò per mano armata dei kurgan, cominciò subito l'azione denigratoria del nemico, ma la prima testimonianza raccolta (almeno da noi) è quella relativa a una dichiarazione risalente al VI secolo a.C. e che dice: 'i cretesi sono tutti bugiardi' (grazie a Sandra per avercelo ricordato). Sappiamo (proprio dal post sulle società gilaniche) che a Creta non v'era Stato, nè governi, nè eserciti, le persone erano libere, uomini e donne vivevano in un ambiente evoluto e raffinato. Perciò la suddetta frase è denigratoria contro quel popolo. Ma la frase appartiene ad un cretese (Epimenide), perché? Questo non è dato stabilirlo, giacché quella frase ci è stata tramandata decontestualizzata. Epimenide ha forse voluto fare una battuta? Esprimere un paradosso? Dichiararsi suddito della Grecia? Era al soldo della propaganda di Stato? Era davvero cretese? Non lo sappiamo, fattostà che quella frase esprime un concetto negativo e che si incolla alla pelle dei pacifici cretesi.
Il modello repubblicano romano, e poi quello imperiale, erano uguali anche dal punto di vista della propaganda diffamatoria contro coloro che si professavano liberi (o che desideravano esserlo davvero) e che non volevano re o imperatori. L'esempio di Cristo e dei suoi seguaci può farci capire il tipo di persecuzione e di criminalizzazione che si adoprava per certe persone. D'altra parte, il diritto romano ha raffinato un modello forense capace di creare quella legge che non è mai stata uguale per tutti, una legge interpretabile. Chi ha più potere e danaro vince. Lo Stato e i suoi apparati vincono sempre, non sono punibili.
Anche i cristiani, a loro volta, costituitisi in setta e irrobustitisi con l'inganno ben dopo l'Editto di Costantino, erano dediti alla denigrazione di chi seguiva altre leggi. Vi sarete accorti che il modello anarchico è già sparito del tutto, non è più nella Storia, anche se rimane nel pensiero, nel desiderio costante di libertà. La 'gilania' è già lontanissima, cancellata, sepolta. La cultura della guerra e della morte, opposta a quella della pace e della vita dei gilanici, sono ormai ovunque, soprattutto nelle coscienze. Toccherà ai singoli cittadini liberi e creativi subire ogni sorta di angheria, come fu ad esempio per i giullari, i trovatori, i buffoni, gli artisti. Lo Statuto comunale di Pinerolo dice che allorché si fosse ravvisata la presenza di un giullare, ogni cittadino avrebbe avuto il diritto di ammazzarlo, salvo che il giullare non avesse posseduto un cavallo. Vedete come la denigrazione si smorza alla presenza di un eventuale capitale privato (il cavallo), ciò dimostra il modo in cui gli Stati abbiano da sempre valutato le persone e la loro morale attraverso il vile danaro (vi ricorda qualcuno?), considerando quelle persone consumatori in grado di pagare le tasse. Non è cambiato nulla.
Vorremmo saltare tutti gli altri capitoli per non farla troppo lunga (in fondo questo è un post). Ma la criminalizzazione dell'anarchia, cioè dell'idea del non-governo, è continuata per secoli e si è fatta acerrima nel secolo XIX, allorquando gli Stati avevano ridotto le popolazioni ad automi da fabbrica e da campagna. L'anarchismo riprese vita in maniera prepotente per difendere il popolo, e lo ha fatto in modo pieno, totale, con l'ausilio di menti eccelse della letteratura, dell'arte, della poesia, della filosofia. Grandi pensatori anarchici a fianco del popolo erano troppo pericolosi e la Prima Internazionale prometteva guerra ai padroni. Ai padroni, sì, ma non agli Stati costituiti, e questo per colpa di Marx che, seppur avendo le stesse istanze socialiste di Bakunin, il suo metodo rimaneva quello Statale e gerarchico, piramidale. Il risultato fu l'inevitabile scontro tra Bakunin e Marx, l'allontanamento di Bakunin dall'Internazionale e l'ulteriore peso della diffamazione da parte dei comunisti sugli anarchici. Ogni Stato e ogni governo hanno cominciato a produrre una valanga di proclami contro gli anarchici, di delibere rese pubbliche zeppe di pretesti e di false accuse, l'immagine della bomba tonda con la miccia associata agli anarchici cominciò a diffondersi in maniera capillare, battente. Ogni anarchico poteva essere imprigionato e ucciso solo per il fatto di essere anarchico. Uno dei tragici effetti fu il barbaro omicidio di Stato di Sacco e Vanzetti, innocenti, italiani e anarchici. Siamo già nel Novecento, dove le polizie di regime non esitano ad ammazzare gli anarchici, anche lanciandoli dal 4° piano della questura e sostenendo la tesi del suicidio, del fantasioso 'malore attivo'. La criminalizzazione dell'anarchia è profonda, è entrata nelle coscienze della gente, e tutto si svolge attraverso l'azione potente dei media, implacabile, senza sconti. E proprio i media, parallelamente, prima con i proclami e poi con i giornali e la tv, hanno tessuto e tessono un discorso martellante sull'autoreferenzialità dello Stato, quale entità buona, unica e necessaria, che tutela i cittadini, li indirizza, li aiuta. Sono arrivati a dire persino che 'lo Stato siamo noi'. Hanno condotto le persone a credere nel nazionalismo, quale orgoglio personale e collettivo, al conseguente razzismo (non esiste nazionalismo senza razzismo e viceversa), al patriottismo, alla bandiera. La repubblica, il 2 giugno, si riconosce orgogliosa nelle forze armate. La gente applaude, si batte il petto e canta 'siam pronti alla morte', mentre dall'altra parte del confine, altre persone indottrinate a dovere non aspettano altro 'che un sangue impuro abbeveri i nostri solchi'. Rendiamoci conto di quanta brutalità osannata! Lo Stato è ormai diventato una fede e guai a chi commette eresia contro di lui, come fanno gli anarchici!
Oggi lo Stato parla ancora la stessa lingua brutale e guerresca dei kurgan, si difende con le polizie e con gli eserciti, si alimenta dei nostri soldi, della nostra schiavitù, sfrutta il popolo e lo manda a morire nelle guerre, ma tutto avviene in quell'aura di misticismo dottrinale costruito nei secoli, dove non importa se 'repubblica' e 'democrazia' non esistono, l'importante è che queste parole si pronuncino, le persone tendono la bocca ad esse come di fronte a un'ostia consacrata. Non importa se la legge non è mai uguale per tutti, l'importante è scriverlo nei tribunali per farlo credere. Non importa se il concetto divino della Natura è stato sacrificato sull'altare della banca vaticana, l'importante è vendere al popolo un dio che ci protegge e che ci vuole in paradiso se fai il bravo. Intanto i media insistono con la propaganda di Stato e forgiano coscienze pronte ad accettare e a lodare la brutalità, la potenza fisica e ogni gerarchia (vedi immagine tratta dalla pubblicità di facebook), la gerarchia statale su ogni cosa.
Ma su tutte queste menzogne, su tutti questi inganni e diffamazioni, l'ideale anarchico vola libero e sempre sincero nelle menti e nei cuori degli uomini e delle donne che non vogliono più essere schiavi, né avere padroni. Sono le persone che pensano con la propria testa e che hanno deciso di vedere al di là dei pregiudizi propagandati, hanno deciso di osservarsi dentro e di costruire una nuova e giusta società. Guardando al futuro, conoscendo il passato.



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domenica 27 febbraio 2011

Ora che sapete

La trattazione dell'argomento relativo alle società gilaniche, proposto in questo blog e che sta ancora circuitando (questo post), sta generando reazioni del tutto prevedibili. Dimostrare storicamente -diremmo finalmente- che una società senza Stato non soltanto è possibile, ma anche migliore, trasporta di fatto l'individuo in una nuova consapevolezza di se stesso in rapporto all'intero sistema culturale e politico. Il lettore si vede alfine rinchiuso in quella gabbia voluta dallo Stato che prima non vedeva ed è 'costretto' a rivedere totalmente le proprie convinzioni. Un modo per volare verso la libertà. Con ciò, non è detto che il lettore medio, dopo la lettura dell'articolo, sia diventato immediatamente anarchico, ma quantomeno ha dovuto fare i conti con quei mille pregiudizi costruiti ad arte intorno all'anarchia, si è trovato di fronte ad un'evidenza così schiacciante da non lasciargli, in un primo momento, la sensazione del terreno sotto i piedi. Poi tutto torna in equilibrio, un altro tipo di equilibrio, più vero e giusto.
Tra tutti quelli che hanno letto sino ad ora quell'articolo (centinaia), ve ne sono alcuni che ci hanno ringraziato, altri che hanno detto 'finalmente', altri ancora hanno fatto circolare il link dell'articolo su facebook... Ma ci sono stati anche quelli che, imprigionati più di altri negli stereotipi, hanno cercato di ravvisare nell'articolo qualche remoto appiglio per continuare a negare l'evidenza della saggezza politica anarchica applicata. In realtà, questi ultimi hanno solo paura di confrontarsi con la loro stessa coscienza -la quale sa bene che un mondo migliore è possibile- ma non riescono ad agganciarsi neppure mentalmente all'unica forza politica in grado di cambiare veramente le cose, dal basso: l'anarchia.
L'opzione politica anarchica, censurata e denigrata per ovvii motivi dallo Stato, è totalmente diversa da quella proposta e riproposta dai governi e dai partiti, anche se certe volte le parole sono simili. Ad esempio, l'anarchismo prevede da sempre il federalismo, ma il federalismo anarchico non è certo quello della Lega o di altri partiti, tutt'altro! Chi ha letto qualcosa sulla Comune di Marsiglia (argomento censurato, anche questo, dai libri di Storia scolastici), sa che nel 1870, in Francia, esisteva la 'Lega del Mezzogiorno' che non era un movimento separatista, secessionista, al contrario: la Ligue du Midi cercava la collaborazione con le altre realtà sociali e regionali. Anche in questo senso lavora l'anarchia. Esattamente come ha lavorato nella gestione anarchica di Barcellona del 1936 o nei fiorenti millenni prima che al mondo fossero stati imposti gli Stati e le gerarchie.
Registriamo una consapevolezza maggiore tra le persone sul ruolo corretto dell'anarchia nella società, forse un pochettino anche per merito nostro (lasciateci l'illusione), le testimonianze dirette di ringraziamento nei nostri confronti non sono così rare. Il ringraziamento è ricambiato. E' chiaro che, al di là della soddisfazione personale e di qualche bel riconoscimento, non abbiamo alcun fine da perseguire, se non quello di riposizionare nel modo più corretto la barra della conoscenza, ad esempio continuando a dire che esiste un universo parallelo (e tenuto ben nascosto) di intellettuali, artisti, scrittori, poeti, filosofi... tutti anarchici, i quali hanno speso tutta la loro vita in questo grande e nobile ideale fatto di giustizia e di libertà. Altro che bombe e violenza! Un universo parallelo di grandi menti che riscrive in senso obiettivo la Storia e che cancella le menzogne di Stato.
Per carità, la censura e la diffamazione dell'anarchia da parte delle istituzioni non potranno mai finire fintanto che queste istituzioni esisteranno, ed è logico che sia così. Così come non potrà finire l'anarchia fintanto che vi saranno ingiustizie sociali e oppressioni. Però è sufficiente avere avuto l'esperienza cognitiva per sventare qualsiasi attacco dello Stato nei confronti dell'ideale anarchico (l'esperienza cognitiva, ad esempio, di leggere i padri dell'anarchismo o più semplicemente -umilmente- quel post sulle comunità gilaniche). Lo Stato mente, sapendo di mentire. Il problema era farlo sapere anche a voi. Adesso si apriranno in voi nuove prospettive, nuovi punti di vista, e siamo pronti a scommettere che l'inganno statale vi sembrerà molto più chiaro, così come più chiara e giusta sarà la vostra concezione sull'anarchia. Intanto grazie a tutti.

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giovedì 24 febbraio 2011

Il carnevale è una cosa seria, ma l'autorità si copre di ridicolo!

Qualsiasi testo di Storia dello Spettacolo indica il carnevale come il giorno della sovversione delle regole. Tale sovversione, proprio in virtù del carnevale, è -e deve essere- legalizzata. D'altra parte, il proverbio 'a carnevale ogni scherzo vale' connota questo giorno in tutto e per tutto sin dal Medioevo. La legalizzazione della sovversione ha motivi ben precisi, ormai storicizzati, digeriti e metabolizzati.
Questo certo non vuol dire andare in giro ad ammazzare la gente, ma semplicemente manifestare la propria libertà (anche di pensiero e di espressione) nei confronti delle regole costituite. A carnevale è d'uopo accettare lo scherzo e ricambiarlo (se se na ha voglia).
Carnevale è un giorno speciale, l'unico giorno in cui si possono, anzi, si devono violare le regole imposte. Direte: 'figuriamoci, adesso stai a vedere che mi arrogo il diritto di svaligiare una banca e pretendere pure l'assoluzione'. La nostra libertà di violare le regole non deve compromettere seriamente la vita degli altri. Rapinare una banca vuol dire privare la gente dei propri risparmi. Non si fa. Neppure a carnevale. Ma c'è bisogno di dirlo?
Ma se vado in strada con la schiuma da barba o con dei randelli di plastica? Credete che si possa? E che senso ha, in questo caso, dire 'posso' a carnevale? Si deve! E' il minimo!
Eppure ci risulta che il Comune di San Lorenzo al Mare (IM) abbia vietato persino questi innocenti scherzi. Motivo? Tutelare l'incolumità della gente alla manifestazione comunale legata al carnevale. La sicurezza, la solita scusa di ogni autorità e di ogni governo o governicchio, come se uno abbia bisogno di sentirsi dire da un altro 'se picchi qualcuno fai male'. Con i randelli di plastica, poi! Ora, questa ignobile ordinanza non solo è ridicola, ma denota una ignoranza abissale in merito allo storico rito collettivo del carnevale.
Anzitutto diciamo che il Comune in oggetto non ha nessun diritto (proprio perché è carnevale) di impossessarsi di un giorno che da secoli è riservato alla libertà del popolo. Sovrapporsi come istituzione a una istanza popolare è un giochino di potere ben collaudato che serve ad annullare la potenziale o ipotetica (o in questo caso assente) 'pericolosità' di un'azione o di un pensiero del popolo. Esemplare è stato il controllo della regina Vittoria sull'Arte inglese di fine Ottocento, un'Arte che prometteva rivoluzione anarchica. Dopo tale controllo istituzionale, lo stile Liberty è diventato una moda innocua e addirittura pro borghesia. In secondo luogo, la sfilza di divieti che si leggono nell'ordinanza che porta come titolo NORME DI COMPORTAMENTO IN OCCASIONE DEL CARNEVALE DEI BAMBINI sono davvero imbarazzanti e fuori da ogni creanza: niente mazze giocattolo in plastica, niente randelli, niente accette, niente bombolette spray di ogni tipo. Naturalmente non possono mancare le sanzioni a corredo, con tanto di sbirraglia a controllo. Ma che carnevale è?
Ma vi pare che adesso la gente vada in giro con le accette ad ammazzare i bambini? Non lo fa neanche per spodestare Berlusconi, figuriamoci in un giorno di festa pieno di gioiosi bambini. I pazzi ci sono, certo, ma non aspettano mica carnevale! E soprattutto non badano alle ordinanze! Quanti bambini sono stati uccisi a carnevale negli ultimi 100 anni, per mano di un folle mascherato? Invece cosa succede ad Arcore? Niente? Niente sanzioni e niente sbirri ad Arcore? Ma non scherziamo, il carnevale è una cosa seria! Il ridicolo e il patetico, oltre che la stoltezza e il pericolo, stanno sempre nel comportamento delle istituzioni! Ma non l'avete ancora capito, voi votanti? Voi che legalizzate i veri criminali?
Era più seria la chiesa del Medioevo. Direte: 'che c'entra la chiesa adesso'? Eccome se c'entra! State a sentire cosa poteva permettere la chiesa in passato. C'era la festa dell'Episcopello, una festa popolare ma legalizzata. Si trattava di prendere lo scemo del villaggio, vestirlo da vescovo, portarlo in processione con tutti gli onori e, una volta che il corteo raggiungeva la piazza principale, il piccolo vescovo scemo (episcopello, appunto) officiava una propria messa, completamente sovvertita, eretica fino all'estremo, dove nella pisside non c'era l'ostia, ma merda, e il vino era piscio. La chiesa ha accettato questa festa per secoli. Certo, il motivo di questa accettazione e legalizzazione non era solo perché la festa si svolgeva a carnevale, ma perché dopo, finita la festa, tutta la gente del villaggio era costretta a tornare in chiesa per la Quaresima, doveva pentirsi, il sacerdote come un avvoltoio sapeva aspettare con pazienza il popolo peccatore, poi giù con la cenere in testa, le confessioni, i pentimenti e le fustigazioni... Ma queste punizioni 'divine' non sono bastate a cancellare la voglia di sovvertire le regole, finché la chiesa non fu costretta ad abolire la festa dell'Episcopello, ormai perduta nell'oblìo.
Invitiamo i cittadini di San Lorenzo al Mare ad andare a festeggiare il loro carnevale in una città vicina, lo facciano da persone libere, almeno per un giorno. Lasciate per un giorno la vostra città. San Lorenzo al Mare sarà sicuramente salvata dall'orribile schiuma da barba e dalle pericolosissime spade di zorro, ma sarà completamente vuota e triste, in mano a dei veri ridicoli, ignoranti e arroganti.

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martedì 22 febbraio 2011

Società gilaniche: le floride comunità senza Stato. L'anarchia durata migliaia di anni

Questo post, che ha avuto una lunga e doverosa gestazione, vuole una volta per tutte dimostrare come una società possa esistere senza Stato ed essere, proprio per questo motivo, estremamente florida e pacifica. Il post è indirizzato a tutti coloro che, di fronte alla saggia proposta politica anarchica, obiettano dicendo (ipotizzando) che una società senza governo e senza Stato non potrebbe mai esistere e che, addirittura, non è mai esistita. Noi del blog Italiani Imbecilli diciamo che è tempo di ricredersi e di conoscere.
Quanti anni ha lo Stato, inteso come forma di organizzazione del potere? In Europa diciamo circa 1200 anni. Se invece consideriamo uno dei primissimi codici di legge, quello del re Hammurabi, dobbiamo risalire a quasi 1800 anni prima di Cristo. E prima cosa c'era? Com'era gestita la società? Se noi leggiamo gli indici dei consueti libri di Storia, cioè di quei testi avallati dallo Stato e che si studiano nelle scuole, la risposta che ci viene fornita in capitoli è la seguente:

In questo indice, però, manca qualcosa di molto importante, qualcosa che mette in crisi l'idea di Stato come unica possibilità di gestione del potere e della società. Per inciso dobbiamo denunciare il fatto che le informazioni storiche censurate nei libri scolastici sono moltissime. Il capitolo cancellato di cui oggi ci occupiamo non è un capitoletto, si tratta invece di un periodo di migliaia di anni, completamente tagliati, insabbiati, vietati. Parliamo delle società gilaniche, citate come esempio di ottima politica anche dal famoso psicanalista Erich Fromm.
I libri e i mass-media in genere, ci hanno sempre insegnato che 'la civiltà' (con tutto il peso e l'importanza che riveste questa parola) sia iniziata là dove sono sorti i primi Stati, le poleis, le grandi monarchie (egizi, babilonesi, sumeri, assiri, ittiti, fenici, greci...) e in questo modo lo Stato, che detiene il controllo della cultura nazionale, attua la sua prima fidelizzazione autoreferenziale presso il fanciullo. Si insegna che lo Stato equivale a civiltà (e viceversa) come se prima della nascita degli Stati ci fossero stati soltanto clan, tribù incivili di uomini e donne, poco evoluti, quasi bestie, e anche disorganizzate. Questo è completamente sbagliato. Semmai è esattamente l'opposto, nel senso che le comunità gilaniche, esistenti prima della nascita degli Stati, erano le più fiorenti della storia antica, almeno in Europa (ma diffusamente ve n'erano anche nel continente americano). Dopo la scomparsa di queste civiltà evolute (spiegheremo anche il motivo della loro scomparsa), l'instaurazione delle gerarchie e degli apparati dello Stato hanno prodotto un regresso notevolissimo in ogni àmbito culturale, morale e cognitivo.

Le società gilaniche
La scoperta delle società gilaniche è dovuta alla famosa archeologa Marija Gimbutas, seguita dall'antropologa Riane Eisler, sua erede culturale. Marija Gimbutas è stata colei che ha coniato il termine 'gilan', che deriva dall'unione di 'gi' + 'an', abbreviazioni dei termini greci giné (donna) e andros (uomo). La lettera 'elle' in mezzo ha due importanti significati:
1) il segno fonetico greco leyin/lyo che vuol dire 'liberare'.
2) segno di unione culturale e ideale tra i due sessi.
Nella pratica del quotidiano vivere, il tutto si traduce come civiltà autorganizzata e non violenta, in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti. Stiamo parlando di quella fase temporale che si pone tra il Neolitico e la nascita degli Stati, quindi stiamo abbracciando un grande arco di tempo che va all'incirca dal 7000 al 3500 a.C. (talora sino al 1500 a.C.), dove nel Sud-Est dell'Europa, isole comprese, fiorivano società pacifiche, evolute, raffinate, senza gerarchie, senza governo, senza Stato, senza eserciti. Società non patriarcali, anarchiche ante-litteram, dove l'auto-organizzazione protratta per migliaia di anni non ha mai generato caos e violenze. In nessun sito o tomba gilanica sono state trovate armi, neppure nell'età della lavorazione dei metalli. Nessuna raffigurazione vascolare o parietale riporta scene di guerra. E le numerose statuette della Dea Madre ('Venere' o 'Grande Dea', come viene chiamata da M. Gimbutas) attestano storicamente che all'inizio dio era donna e che, per conseguenza, queste società non contemplavano l'uso della forza fisica (come strumento organizzativo, offensivo e difensivo, prerogativa maschile opportunisticamente utilizzata dagli Stati creatori di eserciti e di repressione istituzionalizzata e legalizzata). Presso questi popoli l'Arte era fiorente e sofisticata, gli individui erano in costante armonia con la Natura e si professava il culto per la vita, quindi gli strumenti di morte non erano contemplati, né ammessi. Per conseguenza, non v'era nessuna intenzione di nuocere o di sottomettere, niente eserciti, niente repressioni, niente ingiustizie, niente gerarchie, niente mura di cinta: in un contesto così libero e pacifico, non potevano che nascere individui altrettanto liberi e pacifici, capaci di perpetuare questo modello di giustizia sociale. Tutto questo risponde anche a quelle persone che sono ancorate all'idea (sbagliata) secondo cui l'essere umano tenda per natura al dominio, alla malvagità, e che sia persino incapace di auto organizzarsi. L'Uomo nasce anarchico, cooperativo, solidale, pacifico, vitale, libero ('nessun uomo ha ricevuto dalla Natura il diritto di comandare gli altri' - D. Diderot). Nello specifico degli studi anarchici e antropologici, l'innato istinto cooperativo dell'Uomo è attestato anche dallo scrittore Colin Ward che lo dimostra in più occasioni, e anche, come citato prima, da Erich Fromm (qui). Le Dee Madri sono l'espressione sacra e votiva delle società gilaniche e sono presenti massicciamente in tutta l'Europa sudorientale, isole comprese, cioè in un'area vastissima in cui uomini e donne vivevano nella ricerca costante del miglioramento sociale, nel segno della libertà. Il loro sistema culturale, fondato e maturato sull'ordinamento orizzontale (non piramidale e gerarchico), aveva prodotto le migliori espressioni sociali, un sano sviluppo tecnologico, scientifico, architettonico e artistico, volto al vero benessere personale e collettivo. Nel vivere sociale gilanico, il 'personale' e il 'collettivo' non erano considerati elementi dissociati, ma interdipendenti. Perciò Bakunin afferma spesso: 'non posso dirmi completamente libero, fintanto che gli altri non lo sono completamente'. In una società anarchica, come in quelle gilaniche, non esiste il suddito, poiché la coscienza collettiva e la stessa organizzazione sociale egualitaria lo impedirebbero a priori, non vi sono le condizioni necessarie per la creazione di qualsiasi tipo di oppressione e di senso di rivalsa. Tutto questo, scritto in estrema sintesi (perdonateci per questo), non è riportato in nessun libro scolastico 'ufficiale'.

Quindi
La portata di questa scoperta è talmente grande e 'pericolosa' che ha giustificato la sua costante censura da parte delle istituzioni. Questa scoperta, che ha spaccato anche il fronte degli archeologi, mina profondamente il nostro imprinting secondo cui non esiste altra forma di potere (e di 'civiltà') se non quello statale e gerarchico. L'esistenza storica delle società gilaniche rappresenta perciò un'ulteriore prova, la più duratura mai avuta nel tempo, in grado di dimostrare ciò che l'anarchia sostiene da sempre: gli Stati sono creazioni artificiali e menzognere, concepite espressamente per opprimere i cittadini, i loro diritti, le loro libertà, le loro esigenze, per il tornaconto di un manipolo oligarchico che vuole comandare gli individui e avere tutti i privilegi. Le società gilaniche e l'anarchia ci dànno la prova che si può fare a meno dello Stato, ci dimostrano che vivere senza sovrani, senza leggi statali, senza gerarchie e soldati, alimenta la pace, la fratellanza e forgia coscienze raffinate e colte. Ma perché le società gilaniche sparirono, lasciando il passo agli Stati? Com'è avvenuto il passaggio?

kurgan: i capostipiti del sistema statale
Gli studi di Marija Gimbutas (ripescati e ristudiati dal movimento femminista negli anni '60) sono stati lunghi e meticolosi e spiegano anche il motivo per cui le società gilaniche si siano estinte quasi simultaneamente. Gimbutas scrive in proposito vari testi che sono inseriti in 'The Kurgan Culture and the Indo-Europeanization of Europe: Selected Articles from 1952 to 1993'. Interessanti anche le altre sue pubblicazioni. Ma veniamo ai kurgan.


Come dimostra la cartina geografica, popolazioni indoeuropee, patriarcali e guerriere, provenienti dall'area caucasica e siberica, si introdussero in Europa, estinguendo o assoggettando con le armi le comunità gilaniche, imponendo un modello sociale gerarchico e guerresco, dove la forza fisica e l'autorità maschile erano gli elementi dominanti. Ogni donna, da quel momento, fu destinata alla schiavitù e al concubinaggio forzato. L'ordine anarchico venne represso. Si istituì la proprietà privata. I popoli assoggettati furono mantenuti e 'normalizzati' entro rigide leggi (sedicenti divine, in realtà marziali) e in condizione di servitù permanente. Questa servitù e 'questo stato', venne con il tempo metabolizzato dalla coscienza umana ed è diventata normalità, consuetudine, ovvietà, alla quale ci si è abituati. E' dunque qui, e per questi motivi, che nasce la cultura del dominio e la struttura piramidale dello Stato. Ed è da questa logica oppressiva che nascerà quella che oggi viene definita paradossalmente 'civiltà'. Il nostro intendere la politica, la moderna organizzazione sociale, l'autorità costituita, i confini e gli eserciti, derivano quindi dai Kurgan ed è ovvio che, dopo 3000 anni di questa cultura, sembra impossibile oggi concepire un altro sistema di organizzazione sociale diversa da quella statale.

Civiltà a confronto. L'Arte parla
L'Arte è quell'espressione dell'essere umano che rivela, racconta, sintetizza il contesto sociale, la cultura di un popolo. Ed è grazie ai reperti artistici che noi possiamo toccare con mano la grandissima differenza tra i gilanici e i kurgan, possiamo constatare la netta cesura culturale, il disastroso regresso sociale e morale avvenuto per colpa del dominio barbarico dei kurgan sui popoli liberi d'Europa. Prendiamo in considerazione l'isola di Creta che, grazie al suo essere isola, è stata l'ultimo baluardo libero e gilanico fino al 1500 a.C. I libri scolastici ben si guardano dal nominare la parola 'gilanica' (o non-violenta) con riferimento alla civiltà cretese. Invece ci hanno insegnato ad associare a Creta l'attributo 'minoico', poiché Minosse fu un re cretese (un re). Ma al di là del mito del Minotauro e dei riferimenti fantastici che si intrecciano intorno al nome di Minosse, cosa c'era a Creta prima di questo sovrano despota? Come vivevano i cretesi gilanici? Cosa ci raccontano i reperti artistici?
Prendiamo in analisi il dipinto più famoso, la tauromachìa (palazzo di Cnosso).


Nel dipinto murale, due donne e un uomo giocano insieme e affrontano il toro. Le attività sociali, compresi i giochi, erano liberamente e normalmente svolte sia dalle donne, sia dagli uomini in un rapporto paritario. E al di là dell'aspetto egualitario tra genere maschile e femminile (aspetto che manca alla decantata e 'civile' cultura democratica greca e in tutte le altre successive), osserviamo lo stile pittorico, la raffinatezza artistica, il grado di fluidità. Dice Giulio Carlo Argan: 'la mancanza della gravità rituale delle figurazioni asiatiche, l'andamento più libero delle linee e l'accordo dei colori, dimostrano che l'immaginazione degli artisti è già aperta verso gli orizzonti di una mitologia fondamentalmente naturalistica'. Peccato solo che i cretesi trovarono, nel loro futuro, soltanto regresso e schiavitù. Ma questa concezione naturalistica e persino realistica di indubbia raffinatezza si riscontra anche nella celebre brocchetta di Gurnià:


Qui l'artista ha dipinto un polpo che abbraccia con i suoi tentacoli la brocca. Quel polpo sta nuotando, il pittore dipinge anche le alghe fluttuanti. Sempre Argan: '(il polpo) è un essere vivo'. Siamo quindi di fronte a un'Arte che dichiara e ostenta la propria vitalità (culto della vita), una grande consapevolezza, un'ottima maturazione culturale, un rapporto intimo e confidenziale con la Natura. Cosa che sparirà da lì a breve con l'ingresso violento dei kurgan anche a Creta, come avvenuto in precedenza in tutta l'Europa sudorientale. Infatti l'Arte dei guerrieri che andò a sostituirsi a quella gilanica produsse un pesantissimo regresso culturale, e di questo regresso ne è ancora testimone il primo periodo dell'Arte greca, successivo alla cultura gilanica, dove la semplificazione e la geometrizzazione estrema della realtà sono il sintomo di una povertà intellettuale che ha fatto compiere un balzo indietro di millenni alla nostra cultura. Guardiamo l'enorme differenza stilistica tra Arte gilanica e quella successiva greca arcaica.



In mezzo ci è passata la cultura rozza, primitiva, guerresca dei kurgan (qui sotto)
Prima dei kurgan non esistevano né la povertà, né tutti quei problemi connessi alla condizione di indigenza. In buona sostanza, lo Stato ha prodotto impoverimento e regresso, dominio ed oppressione, schiavi e padroni, patriarcato e tutte le aberrazioni di cui soffre la nostra società, crimini compresi. Adesso è forse più chiaro il motivo per cui l'anarchia intende e vuole una società libera e liberata dallo Stato.
Ora non rimane altro da fare che prendere coscienza della Storia e cercare di allontanare dalla nostra vita lo Stato e i suoi apparati di governo, siano essi locali o centrali. Ognuno di noi, attraverso scelte consapevoli per il benessere nostro e dei nostri nipoti, può agire e sconfiggere questa gabbia statale. Ma prima di abbattere lo Stato, occorre distruggere le barriere mentali, le più dure, quelle che lo Stato stesso ci ha imposto da 3000 anni. Oggi di barriere ne sono state abbattute un bel po'. Buon pro' ci faccia, per il bene di tutti.

(L'argomento qui trattato è soltanto una sintesi e non può essere esaustiva. I riferimenti da studiare sono in verità moltissimi, la bibliografia è vasta e interessante. Lasciamo qualche link, a nostro giudizio tra i più autorevoli sull'argomento, gli unici dai quali abbiamo desunto le informazioni per questo articolo).

Marija Gimbutas: 'Signs out the time' (filmato sottotitolato)
Riane Eisler: 'il testo nascosto della storia: gilania, androcrazia e le scelte per il nostro futuro'
La Tradizione Libertaria (Creta e kurgan)
Arianna Editrice
La Dea Madre a Creta
Le radici etologiche della violenza
C'era una volta l'isola di Creta

Altri esempi di anarchia già applicata (autogoverni, cooperazioni, realtà senza Stato, collettivizzazioni)
- Christiania (nel 2011 compie 40 anni)
- Urupia (Puglia, dal 1995)
- Barcellona 1936 (filmato)
- La Comune di Parigi
- La Comune di Marsiglia (e di altre città francesi)
- Seattle 1919
- Gli angeli del fango, Firenze 1966
- Collettivizzazione aragonese 1936 (filmato)
- Kronstadt 1921
- Colonia Cecilia 1890-94
- E molti altri esempi


'L'antica Europa e l'Anatolia, come la Creta minoica, erano una 'Gilania' (Marija Gimbutas 'Il linguaggio della Dea': introduzione, pag. 21)

(Ci teniamo a dire che gli anarchici non hanno mai avuto bisogno di queste 'prove' per dimostrare l'efficacia e la bontà dell'anarchia. Pertanto, questo articolo va a beneficio di quanti hanno sempre dubitato, screditato, diffamato l'anarchia e gli anarchici, non conoscendo, ipotizzando e lasciandosi deviare dalle menzogne di Stato. Di fronte all'evidenza storica, qualsiasi dubbio cade, 'come corpo morto cade')

Non lo diciamo mai, ma crediamo sia importante far circolare il più possibile il link di questo articolo, come state già facendo. Grazie.

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lunedì 21 febbraio 2011

Comunicato importante

Se non subentrano imprevisti, domani questo blog pubblicherà un articolo importante, forse il più importante tra gli 836 già pubblicati, sicuramente quello che riuscirà a scuotere le fondamenta delle nostre false convinzioni sulle quali si ergono pregiudizi e luoghi comuni in merito alla natura dell'Uomo e all'anarchismo. L'articolo è il frutto di varie ricerche (ci stiamo ancora lavorando) e dimostra storicamente il modo in cui gli esseri umani vivevano liberamente e pacificamente prima della comparsa degli Stati. Si percorrerà quella strada che non hanno mai voluto farci conoscere, capitoli censurati, millenni di Storia insabbiati. E spiegheremo finalmente come è nato lo Stato, perché è nato, cosa c'era prima, illustreremo le testimonianze e forniremo nomi e cognomi di storici, archeologi, scrittori (sui quali si è fondata la nostra ricerca). Il materiale esiste da qualche decennio, ci sono pubblicazioni ufficiali, gli studi sono stati ripescati negli anni '60, ma il controllo dello Stato anche sui libri scolastici ha avuto la meglio e di questo capitolo non se ne sa nulla (o quasi). Noi apriremo quella strada, affinché possiate anche voi mettere in discussione l'intero sistema culturale storico, antropologico, sociologico e politico. Non si potrà più dire -ad esempio- che l'essere umano non può vivere senza governi e senza Stato, non si potrà più dire che l'essere umano possiede una natura malvagia, tesa al dominio, e che perciò ha bisogno di redini, di un governo, di gerarchie. L'articolo è la prova più sconvolgente e schiacciante riguardo alla concretizzazione dell'anarchia che, ricordiamolo, non vuol dire assenza di regole e caos, non vuol dire violenza, non vuol dire nulla di quanto viene continuamente detto dai media di regime (di qualsiasi colore). Vi aspettiamo numerosi. Grazie a tutti.

PS. Poi, è chiaro, chi non vuol vedere non vede.


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domenica 20 febbraio 2011

Alcune domande, prima delle elezioni

Va bene, prendiamo le parole di Paolo (nostro collaboratore che gestisce un profilo su facebook) per farne un post. Paolo su facebook scrive quanto segue:
Le dittature si possono chiamare in tanti modi, anche 'repubblica' o 'democrazia'. Tunisia, Algeria, Egitto, Yemen... sono tutte repubbliche, anche democratiche, come i Paesi europei dove il popolo si ribella. Bisogna riflettere su queste menzogne lessicali. Le dittature più pericolose sono quelle che si mascherano da democrazia e da repubblica.
(Il messaggio si completa in un suo stesso commento, qui sotto)
Continuo qui.
Ciò vuol dire che, prima di abboccare e credere di vivere in democrazia, occorre chiedersi: ma io possiedo davvero il potere? Posso davvero decidere per me? Oppure il potere lo delego ai dittatori (locali e nazionali)? E l'ambiente in cui vivo appartiene davvero al popolo? A tutti? O per avere un diritto fondamentale devo pagare padroni e demanio? E se devo pagare, in che misura rispetto alle mie possibilità economiche? Chi decide per me i prezzi del pane? Perché il pane costa 3 euro sia per l'operaio, sia per il capitalista? Esiste un altro sistema di organizzazione sociale che non sia l'affidamento delle competenze a terzi? Cosa faccio per cambiare le cose e per migliorare la condizione mia e di tutti? Se l'esperienza storica ci ha insegnato che non serve cambiare governo per risolvere definitivamente i problemi sociali, come posso ancora illudermi e consegnare ai miei nipoti il malsano frutto delle mie decisioni elettorali? E i miei nipoti, a loro volta, riconsegneranno il potere a chi spaccia 'democrazia', turandosi il naso e dicendo intimamente 'per adesso è meglio così'?

Noi aggiungiamo soltanto quest'altra domanda:
visto che la democrazia è in realtà una dittatura, non è che quando un governo o un partito dicono di voler recuperare il senso democratico, vogliano più verosimilmente dire di voler continuare l'azione della dittatura, migliorarla, farla rinascere (vedi 'Piano di rinascita democratica' di Licio Gelli)?

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sabato 19 febbraio 2011

Rispondendo a Roberto Benigni

Caro Roberto
Lo scrittore elvetico Friedrich Dürrenmatt ebbe a scrivere la seguente frase: 'Quando lo Stato si prepara ad assassinare, si fa chiamare patria'. Noi osiamo dire anche di più: quando la patria si fa chiamare Stato è perché vuol nascondere al popolo i suoi atroci crimini.
Caro Roberto, la tua esegesi sull'inno di Mameli e sulla bandiera italiana, proferita al festival di Sanremo, è stata un'azione scenica degna della più orribile propaganda nazionalista. Certamente la tua bravura non è messa in discussione, ma hai usato l'abilità scenica per incendiare gli animi in merito all'idea che il mondo debba essere costituito da confini e che tali confini debbano, con orgoglio, essere difesi con le armi. Quell'elmo di Scipio, da te così mirabilmente spiegato, ne è un esempio, e di cui noi ci vergognamo. Eppure sai bene, forse, che la Natura non ha creato confini e che le Nazioni sono orribili invenzioni che giustificano l'esistenza di altri confini, di diversità, dell'altro, di quell'altro nostro fratello che indossa 'la divisa di un altro colore', che ama un'altra bandiera, un altro inno. Quanto è giusto questo? Lodare la Nazione equivale a lodare una presunta superiorità di un popolo rispetto agli altri popoli (inutile far finta di no) e tu, di questa presunta e italica superiorità, ne hai fatto addirittura l'esegesi, fornendo legna alla fornace fascista (ogni Stato ha, in nuce, il senso profondo e orribile del fascismo). La Russa, in prima fila, godeva come un riccio. Te ne sei accorto? Chiediti perché.
In ogni scuola ci sono cartine geografiche, dove da un lato è rappresentata la divisione politica delle terre, dall'altro lato della cartina non v'è alcun confine, c'è il mondo naturale. Ecco, quei confini, quelle terre segnate da millenni di guerre, sono divisioni artificiali, e ogni confine sussiste soltanto se viene difeso con le armi dello Stato (benedette dalla chiesa), le armi della patria, le armi della Nazione, dell'orgoglio infuso al popolo a forza di propaganda (come quella tua). Ma queste armi, guarda caso, sono sempre imbracciate dal popolo, il quale combatte contro i suoi fratelli che stanno... dall'altra parte, oltre il confine, nell'altra Nazione. Aberrante. Gli inni nazionali si compongono dei versi più sanguinari e violenti che siano mai esistiti, ma se, come in questo caso, la violenza appartiene allo Stato, alla Nazione, allora la violenza diventa persino sacra e giusta. Questo è terribile, nonché ipocrita. E gli inni nazionali vengno insegnati persino ai bambini, soprattutto ai bambini.
Allora, caro Roberto, vogliamo invitarti a riflettere sul vero senso di unione fraterna dei popoli di tutto il mondo, perché è proprio questo senso di fratellanza universale che manca al popolo e che nessuno Stato oserebbe propagandare, davvero, se non in maniera retorica, blanda, ridicola, pretestuosa, attraverso sterili slogan demagogici. Lo Stato esalta i propri confini e rende il popolo fiero difensore di una proprietà privata* che dovrebbe appartenere, invece, a tutto il mondo. E noi che da anarchici abbiamo sempre combattuto contro le divisioni del popolo, contro i nazionalismi che sono l'anticamera obbligatoria del razzismo, contro le propagande di Stato, rimaniamo gli unici a sostenere l'uguaglianza tra i popoli uniti, e la fratellanza universale. Siamo noi, gli anarchici, i puri, i sinceri, siamo noi che quando pronunciamo 'alle armi' per difendere la libertà che gli Stati hanno tolto ai popoli, veniamo ingiustamente accusati e vessati, reclusi, confinati, uccisi. Ma esistiamo, e finché ci sarà uno Stato ci saranno anche anarchici a sostenere la verità e a difendere la fratellanza e la libertà, quella vera.
Caro Roberto, puoi farti un'idea più precisa e concreta sull'ipocrisia rinchiusa anche nelle tue parole, dette forse a fin di bene, ma senza avere coscienza di ciò che significhi davvero un inno nazionale. LEGGI QUI. E leggi anche l'articolo di Balasso sul Fatto Quotidiano.

PS. Se l'unità d'Italia (contro il pericolo leghista) rappresenta la tua avanguardia, questa è ben poca e terribile cosa, rispetto alla nostra avanguardia che cerca l'unità dei popoli del mondo, alfine liberàti dagli Stati. Il nostro sarà anche un sogno, ma portatore di vera pace, mai di guerra.

* Lo Stato è una proprietà privata (lo Stato non è il popolo), gestita dalla classe governante che il popolo sceglie come proprio padrone.

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venerdì 18 febbraio 2011

Servono presìdi antirazzisti, contro i cie e contro le menzogne del governo

Il seguente testo è tratto dall'evento proposto su facebook da 'Anarchici livornesi', relativo al presidio organizzato per il 19 febbraio 2011 a Livorno. Prendiamo il testo e lo rilanciamo, affinché in ogni città possa essere seguito questo esempio. Ecco il testo.
Decine di morti in mare, dispersi, centinaia di persone trattenute con la forza a Lampedusa, molte già imprigionate nei Centri di Identificazione ed Espulsione o nei Centri per richiedenti asilo. Un finanziere italiano apre il fuoco su un'imbarcazione carica di gente, sfiorando la strage.

Questo è il bilancio di poche settimane di sbarchi a Lampedusa. Circa cinquemila persone, soprattutto di origine tunisina, hanno raggiunto le coste di Lampedusa e della Sicilia.
Il ministro dell'interno Maroni ha subito dato il via alla campagna razzista, lanciando un inesistente allarme “invasione” dalle coste di Tunisia ed Egitto, dove nell'ultimo mese le rivolte hanno fatto cadere i governi dittatoriali in carica.
Quando in un paese avviene un radicale sconvolgimento politico, è normale che si sviluppino dei fenomeni migratori. Ci possono essere profughi, rifugiati politici, persone che cercano una vita migliore. Qui non ci troviamo di fronte all' ”esodo biblico” di cui parla il governo.
Se pensiamo che nel 2008 le donne e gli uomini sbarcati in Sicilia furono oltre 34000, questi cinquemila non rappresentano certo una “invasione”.
E' con questa campagna razzista che il governo alimenta la paura. Maroni rilancia la sua guerra e propone addirittura di inviare un contingente italiano in Tunisia per bloccare le partenze.
Intanto viene riaperto il C.I.E. di Lampedusa, mentre altre strutture di “accoglienza” vengono improvvisate.
I primi arrivati vengono smistati nei vari Centri di Espulsione esistenti. La propaganda parla di accoglienza, ma nel C.I.E. di Torino scatta lo sciopero della fame ed a Gradisca d'Isonzo scoppia una vera e propria rivolta.
Nel canale di Sicilia, dopo le decine di morti e le imbarcazioni disperse, al posto dei soccorsi arriva FRONTEX, l'agenzia europea per la sorveglianza delle frontiere, una vera e propria polizia europea con il ruolo di contrasto dell'immigrazione.
In questo momento è necessario rompere il muro della propaganda razzista del governo.
Affermare la libertà di circolazione delle donne e degli uomini, opporsi a tutti i Centri di Espulsione, veri e propri lager e strumenti di ricatto ed oppressione.

CHIUDERE TUTTI I CENTRI DI ESPULSIONE

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Concetto semplice

Vi defecano addosso e pulite loro anche il culo.

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mercoledì 16 febbraio 2011

Anna Oxa anarchica: 'sono troppo ribelle per stare in uno Stato'

Non so quanti di voi abbiano colto il messaggio di Anna Oxa, lanciato a mezzo tv, oggi al TG1 (addirittura), quando la giornalista in studio si è collegata con Sanremo, dove il suo collega Mollica ha intervistato la cantante. La Oxa ha dichiarato il suo pensiero anarchico dicendo: 'sono troppo ribelle per stare in uno Stato'. Questa è stata la dichiarazione espressa alla fine dell'intervista, ma anche all'inizio della stessa, la cantante ha voluto sottolineare la sua amarezza e il disappunto di vivere in uno Stato. Il tutto si è giocato sul piano del doppio senso: Mollica intendeva stato (stato di attesa, vista l'eliminazione della cantante in attesa di ripescaggio), la Oxa ha colto l'occasione per riferirsi invece allo Stato. La chiosa finale della Oxa è stata un gioiello. Geniale.
Questo per dirvi che la consapevolezza circa l'ideale anarchico è più ampia e condivisa di quanto si possa credere. E la coscienza anarchica (quella vera, non l'anarchia taroccata, spacciata dall'informazione di regime statale) è in continua crescita, non solo in Italia. Tra l'altro, ascoltare alla cassa del supermercato due signore che parlarlano di Bakunin fa ben sperare e apre il cuore.

PS. Ha ragione la Vanoni a dire che 'la Oxa canta in un'altra lingua'. Proprio un'altra lingua. Impariamola, allora.

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martedì 15 febbraio 2011

Il peso del giudizio di tre donne su Berlusconi

Probabilmente per la prima volta nella vita di Berlusconi, il 6 aprile 2011 tre donne staranno sopra di lui. Sono Giulia Turri, Orsola De Cristofaro e Carmen D’Elia. Non fraintendete, staranno sopra non in senso erotico, ma in quello meramente psicologico. Tre giudici donne avranno il compito di valutare, giudicare, soppesare, sindacare, analizzare il comportamento di Berlusconi. Immaginate: tre donne che anal-izzeranno Berlusconi. Non è male come concetto. Ma le tre donne staranno 'sopra' anche in senso fisico, se è vero che i giudici siedono sempre più in alto rispetto alla sedia dell'imputato in un'aula di tribunale. La posizione delle tre donne sarà dunque quella di dominio, per un po', un dominio anzitutto psicologico. Berlusconi coglierà l'occasione per accusare le suddette di persecuzione e di coercizione nei suoi confronti. Berlusconi ha ragione, la legge è coercitiva, punitiva, e i giudici sono sempre, almeno psicologicamente, persecutori, accusatori, posti 'al di sopra di'. Ma signori, un giudice è un giudice, giudicare è il suo mestiere. Quanti cittadini si sono trovati di fronte a un giudice? Magari da innocenti? Eppure, anche quei cittadini innocenti posti alla sbarra hanno provato un senso di sottomissione e di persecuzione nei loro confronti. E' giusto che sia così? In un tipo di società anarchica non dovrebbe essere giusto, nessun uomo ha il diritto di giudicarne un altro da una posizione psicologica, legale e fisica più alta, nessun essere umano ha il diritto di emettere sentenze contro un suo simile; ma in questa società, statale, gerarchica, un giudice esiste in quanto tale. E in quanto tale, un giudice ha il severo compito di giudicare, assolvere, condannare. Che poi la legge non sia mai stata uguale per tutti, questo è un altro discorso che dimostra -ulteriormente- che lo Stato è profondamente ingiusto e oppressore. Sempre. Per definizione e indole.
Per quanto ci riguarda Berlusconi ha ragione, e non soltanto in questo caso. Si badi bene, aver ragione non vuol dire necessariamente essere innocente, al contrario, le sue malefatte e i suoi crimini sono palesi e devono essere denunciati. Berlusconi ha ragione nell'evidenziare il ruolo dei giudici, quello che lo Stato conferisce loro, lo stesso ruolo che i giudici hanno da sempre nei confronti dei 'cittadini comuni'. Solo che, prima, questo ruolo persecutorio dei giudici non veniva neanche preso in considerazione pubblicamente, anzi, veniva esaltato e lodato. Semmai le invettive dei cittadini contro i giudici erano urlate nel chiuso delle mura domestiche ('che bastardo quel giudice, mi vuole a processo'!). Adesso che l'imputato è Berlusconi si svela pubblicamente il marcio dell'azione legale in quanto tale (e del giudice in quanto tale). Dovremmo ringraziare Berlusconi, anche se palesemente reo. Ma allora è giusta o no una punizione? E' giusto o no che un essere umano debba essere condannato da un altro essere umano? In una società anarchica no, ma noi NON viviamo in una società anarchica (entro cui questi reati non sarebbero neppure esistiti, per ovvie ragioni di cultura sociale e civile completamente diversa da questa) e allora appare doverosa una qualche forma di punizione che sia di efficacia educativa, che colpisca il senso stesso del suo sentirsi al di sopra delle parti, soprattutto al di sopra delle donne e dei più deboli. Per questo, a nostro modo di vedere, tre donne che giudicano il cavaliere da uno scranno più alto è già una grande punizione. Ovvio: per qualsiasi individuo legato ai principii della destra (uno di questi principii è il machismo), essere giudicato e magari condannato da una donna è di per sé un'enorme umiliazione. Ma è sufficiente questa umiliazione per rieducare Berlusconi? Ovvio che no. Anzi, lo inacidirebbe ancora di più, esattamente come un condannato che si abbrutirebbe ancora di più stando in galera.
A titolo del tutto personale, dico che una punizione possibile sarebbe quella di far provare a Berlusconi la stessa condizione in cui lo Stato pone i cittadini (reggenti la piramide di Stato). Il tipo di prigione per questo genere di punizione esiste già, è la nostra 'vita', quella di tutti i giorni. Vista la gravità dei reati, opterei per una condizione di precarietà permanente, un alloggio di pochi metri quadrati in affitto, il dovere nei confronti di mille istituzioni, persino del cassiere del supermercato. E via così. Come tutti noi, schiavi. E poi, un giorno, dopo qualche mese di nostra 'vita', sentirgli dire la seguente frase: 'non voterò mai più, non voglio essere più uno schiavo, non voglio più delegare il mio potere, voglio una società libera e giusta'. Solo allora avremo recuperato e guarito il cittadino Berlusconi, alfine anarchico. A meno che la sua coscienza non si sarà nel frattempo distorta, abituata alla schiavitù, talmente da non aspettare altro che le elezioni per eleggere un altro padrone.

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domenica 13 febbraio 2011

La donna, l'uomo, le lotte e le divisioni sociali

I fatti della Storia* evidenziano chiaramente il fatto che la donna sia stata posta ad un livello inferiore -rispetto all'uomo- in quasi tutti gli àmbiti sociali e lavorativi. Altrettanto chiaramente la Storia e la cronaca registrano molteplici forme di reazione, da parte delle donne, a questa sperequazione: celeberrime, ad esempio, sono state le lotte delle 'suffragettes' (nella foto) e del movimento femminista.
Oggi, 13 febbraio 2011, le donne scendono in piazza per un altro tipo di emancipazione, quella relativa al modello plasticato ed erotico-commerciale imposto dalla cultura televisiva: donna come oggetto di scambio interessato, come puttana di regime, come elemento erotico e di arredo per l'esclusivo piacere fisico dell'uomo, di un certo tipo di uomo, in genere anch'egli vuoto culturalmente e/o fascista più o meno consapevole.
Così le donne protestano, oggi come ieri. Ma ogni volontà di emancipazione della donna ha determinato quasi fatalmente una distinzione culturale tra generi, nello specifico il genere femminile contrapposto al genere maschile. Dobbiamo soffermarci sul verbo 'contrapporre' per comprendere che nelle lotte femministe c'è sempre stato, in nuce, un germe di divisione più che di unione tra i due sessi. Dire femminismo, vuol dire inevitabilmente ammettere il maschilismo, giustificarne l'esistenza, dare al maschilismo persino una vita più lunga (e lo vediamo oggi) e consegnare al genere maschile un alibi in più: il suo opposto, concreto e 'nemico'. E se con il cervello questa separazione potrebbe anche sparire, non essere ammessa, facendo finta di essere tutti uguali, per la coscienza umana il dualismo uomo-donna, in queste lotte di emancipazione, è invece una palpabile e netta divisione. Sicché uomo e donna non trovano di meglio che farsi la guerra, sui luoghi di lavoro e in famiglia, dove ognuna delle due parti rivendica la propria indipendenza, anziché ricercare un'interdipendenza naturale e davvero egualitaria (che mai esisterà finché saranno create e concepite fazioni ed 'ismi' tra uomo e donna).
A partire da ciò, esterniamo il nostro dispiacere nei confronti di questa divisione che noi anarchici non riusciamo a concepire e che mai promuoviamo. L'anarchia non contempla divisioni sociali o di genere. Sulla questione femminismo-maschilismo l'ideale anarchico non può che soffermarsi per compiangere ancora una volta il fallimento della ragione umana, distorta dalla logica dell'antico 'divide et impera', una logica che in questo tipo di società è persino assurta a paradigma, che noi combattiamo. Al di là dell'aspetto meramente biologico, l'anarchia non concepisce divisioni tra i due sessi, non può farlo, giacché il supremo principio della fratellanza universale lo nega, e a poco serve evidenziare che il linguaggio comune contempla il maschilismo (abbiamo detto 'fratellanza' e non 'sorellanza' soltanto perché, come diceva anche De Saussure, il linguaggio è una convenzione), poiché l'anarchia va anche oltre l'aspetto lessicale e formale della comunicazione di marca borghese. In questo blog, ad esempio, è facile incontrare la parola 'anarchico' usata in senso generale (ad es. 'l'anarchico non ama la guerra'), ma non per questo ci riferiamo solo all'anarchico maschio, sarebbe un'idiozia colossale.
Se un'emancipazione della donna deve pur esserci, questa deve concretizzarsi in un progetto di unione con l'uomo, in una concezione simbiotica della vita sociale, senza contrapposizioni di sorta, senza 'ismi'. La società divisa non porta altro che vantaggi al potere costituito. Noi dobbiamo invece costruire l'unione sociale, eliminare ogni tipo di differenza, altrimenti ogni lotta per l'emancipazione diventa lotta interna tra le parti del popolo. Non facciamo il gioco del sistema statale e borghese.
Detto ciò, la nostra lotta contro questo modello di donna voluto dal regime statale e mediatico passa anche attraverso il nostro sdegno verso quel modello di uomo, prostituto, capace di annientare in un soffio la propria dignità, allorché, in cambio di una promessa di rielezione o di una qualsiasi poltrona o mazzetta di soldi, vende miserevolmente se stesso e sputa in faccia agli elettori (che tuttavia non si ravvedono e continuano a votare). L'uomo corrotto e corruttore non è diverso dalla donna venditrice della propria dignità. In questo senso (ma purtroppo) davvero non esiste differenza tra uomo e donna. E' tempo di cambiare questa società e le coscienze.

* qui per 'Storia' si intende esclusivamente quella piccola parte di tempo che va dalla nascita dello Stato sino ad oggi. Prima di tale nascita esisteva una vera e naturale parità tra uomini e donne.

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venerdì 11 febbraio 2011

Siamo i ladri che rubano ai veri ladri

Voi che leggete adesso queste righe, voi che ci additate con il gusto del disgusto, voi non potete accusare uno schiavo in catene che tenta di liberarsi dal giogo del padrone. Voi non potete fregiare quello stesso schiavo del marchio di violento, poiché egli non è violento, egli si difende e si ribella anche per voi.
Voi che leggete non potete giudicare secondo la legge del padrone, perché così facendo serrereste ancora più forte le catene intorno al collo dello schiavo e anche quelle intorno alle vostre caviglie.
Eppure anche voi conoscete il lamento di quello schiavo, conoscete il suo stesso dolore, così anche voi vi lamentate e soffrite. Ma giacché siete proni e servi devoti, adoratori della legge che vi costringe, accusate chi tra voi dispone di tutto il coraggio per ribellarsi all'orrenda prigionia di secoli e secoli di barbarie statale.
Voi non dovreste lagnarvi di nulla, poiché ogni vostro lamento è vano se rimanete con la testa china e il cuore speranzoso nei seggi elettorali. Voi non dovreste lagnarvi, poiché la vostra lagna non anela alla libertà, ma ad un altro padrone che indossa nuovi vestiti, ad altre catene che a voi sembrano libertà, per un po'. E quando vi accorgerete che a nulla è valso il vostro lamento, sarete ormai troppo vecchi; e i giovani virgulti, figli vostri, troveranno in eredità quel padrone che voi avete scelto per loro, troveranno le vostre stesse catene, da voi stessi forgiate.
Ma sappiate che finché esisteranno padroni e catene, ci saranno anche pensieri di libertà, ci saranno azioni di liberazione. Voi non potete accusare chi non vuole le catene, non potete confondere gli atti di liberazione con i reati di violenza, perché quel pugno di rivolta non è mai reato, ma un diritto, un dovere di riscatto. E giacché la violenza dello Stato (da voi tanto ciecamente difesa) è così terribile, a nulla varrebbe contrapporvi la nostra bontà o le piume come arma di difesa. Voi non condannate mai l'origine del male, anzi lo desiderate, lo votate, voi preferite infliggere la pena delle vostre ingiurie proprio a colui che forza la serratura della vostra cella e che -sappiatelo sempre- per nulla al mondo si scaglierà contro di voi. Lo schiavo non colpisce MAI i suoi fratelli in catene.
Ma voi siete ciechi, non vedete la menzogna, non ne conoscete l'origine. E siete talmente fieri di essere ciechi che quell'attimo di luce anarchica la rifiutate e l'accusate a priori, per pregiudizio imposto, pur sapendo che quella luce rappresenta anche la vostra libertà.
Allora, se proprio volete un altro padrone e rimanere in catene, almeno, per favore, non lamentatevi più e non accusateci. Per voi siamo ladri, ma noi vogliamo riappropriarci di ciò che ci hanno rubato.

Immagine: James Ensor 'Alimentation doctrinaire'



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mercoledì 9 febbraio 2011

Prima di entrare in un seggio elettorale, pensa a te stesso e a quanto vali



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lunedì 7 febbraio 2011

Itaglia attossicata

L'Italia? Certamente non è più il Paese del Grand Tour di goethiana memoria. Nel frattempo è passato di tutto, quel tutto che gli ha cambiato i connotati e le attitudini. Governi e tv, mafie a capitalismo, edonismi e rampantismi, sono stati i semi che hanno generato la pianta velenosa di cui oggi mangiamo i frutti, e solo quelli.
Già negli anni '80, ricordo, gli scandali di qualche politico non facevano tremare alcuna foglia, anzi, ricordo benissimo le parole di un amico: 'quelli (i politici) sembrano provar gusto nel commettere reati per potersi vedere sui giornali'. E' tutto dire.
Oggi siamo giunti alla fase più acuta dell'intossicazione. Oggi assistiamo al mercato della dignità. Non ci si accontenta più di commettere reati per il gusto di apparire sui giornali, oggi si mette in vendita la propria dignità al migliore offerente. Popolo puttano! Uomini e donne! Genitori e figli!
Senti, figliola, va bene, quando avrai 18 anni ti comprerai l'automobile, ma i soldi te li devi guadagnare... magari ad Arcore! Tu vai, non ti preoccupare, fai la puttana al palazzo, che così non solo compriamo la tua automobile, ma anche la seconda casa al mare. Capisci, figliola? Potremo sentirci come dei re, proprio come Silvio.
A questo siamo arrivati. Altre parole non servono. Forse solo James Ensor (artista anarchico espressionista) è riuscito a restituirci l'immagine di 'persone' che non hanno ormai più nulla di umano, sono fantocci, maschere alienate, talmente allucinate e grottesche da superare la fase di annichilimento per passare allo stadio terminale del sorriso idiota e pazzoide: la deformazione della coscienza e la ridondanza psicotica degli ultimi rantoli, degni del più accorato Jacopone da Todi.
Allora ben venga la critica di Ensor: giusta, anarchica, forte, senza sconti: ecco il popolo votante che sceglie i suoi padroni ed ecco cosa l'attende!

JAMES ENSOR
prima immagine: 'L'intrigo'
seconda immagine: 'Alimentation Doctrinaire' (per la copertina del libro 'Doctrinal Nourishment, Art and Anarchism in the time of James Ensor', di Theresa Papanikolas).
terza immagine (rara): 'Alimentation Doctrinaire' (versione ad olio)

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